domenica 20 dicembre 2020

"La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah", di Liliana Segre ed Enrico Mentana, 15a ed. Rizzoli 2020

 

L’indifferenza è quell’atteggiamento di chi, in una determinata situazione, non mostra interessamento, simpatia, partecipazione, turbamento. Se poi la situazione riguarda sé e i propri simili in un medesimo contesto di privazioni e umiliazioni, tale atteggiamento sconfina nell’incoscienza. Ma si tratta di un’incoscienza cosciente – e non c’è ossimoro più calzante per esprimerne l’inammissibilità morale – di quella volontaria e colpevole assenza di partecipazione, di indignazione per il male che ferisce anche se stessi, pur se fatto ad altri, in quanto appartenenti all’umanità. 

Se chiediamo a Liliana Segre “come è potuto accadere tutto questo?” lei ci risponderà con una sola parola: indifferenza. La chiave per comprendere le ragioni del male è racchiusa in queste cinque sillabe, perché quando credi che una cosa non ti tocchi e non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. 

Quella bambina ebrea che quasi non sapeva di esserlo -  perché nemmeno veniva pronunciata, prima del 1938, la parola “ebreo” a scuola, né dalle compagne di banco né dagli insegnanti – è diventata una donna ebrea che ha scelto di assumersi il peso e la responsabilità di non essere indifferente al proprio passato, di raccontare l’inenarrabile. 

È ormai questione di pochi anni e poi non ci saranno più testimoni. E allora, anche i racconti di quelli che hanno ricordato, come Primo Levi, la loro esperienza, susciterà una crescente indifferenza, come avviene per le tante tragedie che si considerano archiviate nei libri di storia. 

Il libro della Segre vuole essere invece, come i libri di Levi, un richiamo alla coscienza di ciascuno, a non essere indifferenti, affinché un’immensa tragedia di storia recente, resa possibile da una rete di omertà e indifferenza che copriva mezza Europa, non possa più ripetersi. Chi ha raccontato questo tragico vissuto non è poi sopravvissuto alla constatazione che molte testimonianze non servirono: a differenza di Primo Levi la nostra scrittrice oggi vive e due anni fa è stata nominata senatrice a vita. 

Ho sempre considerato l’indifferenza il peggior atteggiamento da tenere in un mondo pur crudele ma perfettibile perché ricco di relazioni e opportunità; non a caso sostengo che alla base della conoscenza ci sia la condivisione, come da statuto del mio Centro Culturale Candide.  Quello che di noi è stato ed è nel presente può essere d’aiuto agli altri, può essere un monito a non ripetere errori, essere un’educazione di civiltà, perché la strada per diventare o vittime o carnefici è sempre aperta ed è facile imboccarla se non ci si confronta. 

Perché l’indifferenza non è solo di quegli italiani che chiusero gli occhi e si voltarono dall’altra parte: l’indifferenza è anche di chi non vuole testimoniare, di chi non vuole uscire dal proprio ego e raccontare vicende che devono essere scritte per fare riflettere. Nel caso della Segre l’orrore era lì, all’indifferenza del primo metro del cammino per i campi di concentramento, come scrive Enrico Mentana nell’introduzione. 

Il vissuto di Liliana Segre viene rievocato – e sappiamo quanto costi rivivere enormi patimenti - non per vanità autobiografica né per necessità esistenziale o terapeutica, ma per partecipazione, sensibilità, commozione, entusiasmo, passione, turbamento, indignazione, stupore, che sono appunto il contrario dell’indifferenza. Solo così la memoria rende liberi non del proprio passato, ma dall’indifferenza, se si conosce la storia. 

Il suo libro è la testimonianza, al di là del caso personale, di quella borghesia ebraica ma laica, incapace di concepire il tradimento da parte dell’Italia e del fascismo, perché le leggi razziali arrivarono in un modo del tutto inaspettato e contraddittorio con quanto lo stesso Mussolini più volte espresse in radio circa l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e circa il suo pensiero di “devoto e fedele alla libertà dei culti”. 

Nell’Italia fascista persecutori e perseguitati erano stati parte della stessa società, vestivano allo stesso modo e spesso la pensavano allo stesso modo sul regime. Eppure venne un giorno in cui i primi decisero che i secondi non avrebbero più potuto insegnare o imparare, lavorare o possedere, fare impresa e lavorare, a causa della fede dei loro genitori, peraltro inespressa e non tramandata.

Non sono il solo a dire che il racconto di questi fatti storici spaventosi servono a tacitare tesi e argomentazioni di chi vorrebbe ridimensionare o addirittura negare l’Olocausto, e che la memoria serve a impedire che tutto questo si ripeta. Ma serve ribadirlo. Io penso che il libro della Segre serva, ancor di più, a renderci conto di come noi italiani mettemmo ai margini e consegnammo agli sterminatori nazisti parte del nostro popolo, indistinguibile da noi, e di quanto l’indifferenza per il prossimo possa avere conseguenze devastanti. “Ma il colpo più duro fu quando capimmo che i più zelanti tra i nostri aguzzini non erano i nazisti. Erano gli italiani.!”  E suo padre le disse: “Sono italiani quelli che ci picchiano, che ci spingono, che ci scherniscono!” (p. 90).

 Ogni ebreo italiano venne sconvolto dalla indifferenza che troppi coltivarono in sé e per il loro destino. Perché un popolo anestetizzato, abituato all’orrore, è sempre pronto a voltare lo sguardo, a ignorare la richiesta d’aiuto di chi soffre, a tradire la fiducia di un vicino in pericolo. Per questo sostengo che non bisogna mai abbassare la guardia di fronte a misure illiberali e senza fondamento scientifico, alle insidie per la democrazia e per la libertà faticosamente conquistate da nostri avi e padri costituenti.

Milano, 20.12.2020                                 Giovanni Bonomo – Candide C.C

 

 



mercoledì 2 dicembre 2020

LEX ILLA AMORIS. La riforma religiosa di Giordano Bruno, di L. Guagnano, ed. 2020

          

Di Giordano Bruno ci sono tante trattazioni, biografie, studi che, tra realtà e leggenda, fanno risaltare i tratti di eroe di libero pensiero, di genio ribelle ed eclettico, tanto anticonformista quanto poliedrico. La sua impronta nella storia equivale, nel campo della filosofia e della ricerca, a quella lasciata da Leonardo da Vinci nel campo dell’arte. Entrambi eroi rinascimentali che incarnano un modello ideale di intellettuale a tutto tondo, come pochi altri nella storia umana e non solo della loro epoca.

Il suo mito, in particolare, di martire del libero pensiero, come un Socrate moderno, morto per non tradire le sue idee e per difendere il diritto alla libera ricerca, ha influenzato i miei sudi e le mie letture, e ispirato la fondazione del mio Centro Culturale Candide, intitolato a Voltaire e all’etica laica. Egli incarna infatti lo scontro tra i lumi della ragione e l’oscurantismo religioso, anticipando il secolo dei lumi.

 La visione bruniana anticipa di un secolo la figura di filosofo della scienza, per quanto egli fosse, per la sua epoca, un filosofo della natura, per il quale la scienza era scientia, conoscenza in genere.  Grazie alle scoperte di Copernico, assimilate da Bruno, l’infinito è assunto a fondamento di un universo compenetrato dalla sostanza divina e la “coincidentia oppositorum” di Cusano si riverbera nell’immensità senza limiti degli innumerevoli mondi infiniti. 

Il pensatore nolano anticipa anche le sofisticate speculazioni dei filosofi successivi, dal panteismo di Spinoza alla dialettica di Hegel e all’attivismo, o “attualismo”, di Giovanni Gentile. Ma è indubbio che, oltre che anticipatore del metodo scientifico di Galileo Galilei, egli è anche precursore delle teorie di fisica quantistica, basate sui concetti di approssimazione e relatività (Einstein). Per questo la figura di Bruno acquista attualità nell’ambito del dibattito scientifico in corso. 

Antesignano del pensiero laico alla base dei moderni Stati di diritto, Bruno era un “credente” nell’esistente e nello spirito divino che lo pervade, quindi non nel trascendente ma nell’impermanente e immanente. E il pensiero panteista è già il sano pensiero ateo allo stadio embrionale. Amare tutto e tutti e raggiungere l’Uno, l’unità di cui tutti siamo partecipi, realizzando l’unione mistica con la divinità che tutto permea, è la meta finale, che si raggiunge con l’“eroico furore”. 

Egli già diceva che la religione era per il popolo, mentre la filosofia e la “dimostrazione” erano per i sapienti. Perché chi è incapace di ragionare e di avere un libero e puro pensiero, per ignoranza o per indole (ma all’ignoranza si può ovviare, mentre una cattiva indole può formarsi anche nell’infanzia, se non essere innata) può trovare solo nella religione, a mo’ di “morale” spicciola, una guida e un argine al male operare. In epoca successiva Goethe dirà “Chi possiede scienza e arte ha una religione. Chi non ha scienza e arte deve avere una religione." 

In questa era dell’informazione globale destinata a tutti grazie a Internet, Giordano Bruno sarebbe più ottimista e democratico, renderebbe accessibili i suoi scritti a tutti, come io sto facendo, modestamente, con il Centro Culturale Candide che sconta pure lunghe pause nell’organizzazione di eventi, ma non nella diffusione di scritti e riflessioni. E magari sarebbe anch’egli un networker digitale, per lo stesso spirito di servizio nell’aiutare gli altri in questa appena iniziata quarta rivoluzione industriale[i]. 

Tra i molteplici testi su Giordano Bruno, dicevo, mi ha colpito il recente saggio, LEX ILLA AMORIS. La riforma religiosa di Giordano Bruno, di Lorenzo Guagnano, Amazon Italia Logistica ed. 2020, riproduttivo della sua testi di laurea in filosofia presso l’Università di Pisa – Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere. Il suo studio mette in risalto, come mai fatto da altri studiosi del pensatore nolano, l’idea bruniana di riforma morale e spirituale, al di là dell’indagine filosofica. L’utopia di riformare la religione cristiana per fondare una nuova epoca di spiritualità viene pagata con la vita, ma lo “Spaccio de la bestia trionfante” (1584), prima opera morale dei dialoghi in volgare pubblicati a Londra, rappresenta in forma allegorica l’aspirazione ad una riforma religiosa in funzione antiluterana e antidogmatica, rivolta ad un ideale di filantropia universale. 

Bruno credeva fermamente in una riforma culturale per un rinnovamento morale che promuovesse la pace e l’ordine sociale. Emancipando il diritto positivo, posto dalla giustizia umana secondo ragione, dalla giustizia divina secondo la “fede”, si estende la “legge d’amore” di Gesù dai soli credenti tra loro a tutta l’umanità, e ciò a prescindere dall’appartenenza a un credo religioso. 

Il momento positivo del “diritto posto” consiste, per Giordano Bruno, spettatore all’epoca dalle molteplici guerre di religione, nel ritorno dell’antichità quale premessa per il nuovo evo moderno: si tratta di riscoprire la sapienza delle grandi civiltà, espressa dai culti dei Romani e della religione magica dell’antico Egitto, così come trasmessa dai neoplatonici e dai testi ermetici. Un’antica sapienza che promette di riconciliare l’uomo con il divino, con la natura, con il prossimo. 

Spettatore, dicevo, suo malgrado dei terribili scontri religiosi del suo tempo, Bruno matura la convinzione che   nonostante che nei precedenti dialoghi “Cena de le ceneri”, “De la causa principio et uno”, “De l’infinito universo e mondi”, la religione venga vista in funzione di favorire la vita associata e quindi necessaria quantunque appaia falsa alla ragione dei più saggi (religione come oppio dei popoli, dirà poi Karl Marx)   la fede cristiana si rivela come religione da riformare profondamente sul piano etico-civile e spirituale secondo verità. 

L’Autore sottolinea come “la bestia nello Spaccio non è mai associata a una persona fisica ma a un generico e del tutto ideale complesso di vizi esemplificati soprattutto dal protestantesimo e rappresentati dai miti delle costellazioni ‘cacciate’ dal cielo da parte di Giove, pentito riformatore, (…) che rappresenterebbe lo stesso pontefice, allora Gregorio XIII”, da Bruno visto ancora con fiducia per la realizzazione della sua riforma. 

In effetti la tesi di Guagnano è che la “bestia” dello Spaccio indica, oltre che il protestantesimo, l’istituzione della Chiesa, recuperando tale significato da una complessa tradizione che muove dall’Apocalisse di Giovanni fino alla corrente spirituale francescana. Da questa tradizione apocalittica Bruno mutua, tramite la letteratura astrologica, l’attesa di un rinnovamento universale e di una nuova epoca di luce. 

L’obiettivo ultimo è di garantire un clima di concordia e di pace: è innanzitutto in difesa di questo ideale che si compie l’allontanamento da Lutero e dalla sua legittimazione della guerra religiosa come rientrante nella volontà di Dio. Si passa così da una carità divisiva e settaria espressa dalla fede nei dogmi religiosi ad una filantropia come principio generale della ragione umana. 

Quale più nobile ed elevata aspirazione dell’umano sentire? … che l’Inquisizione non poté digerire. Il complicato e lungo processo, con il “gioco” di ultimatum da parte dell’Inquisizione e di promesse di abiura da parte di Bruno e poi smentite, conclusosi con il tragico rogo il 17 febbraio 1600 in piazza Campo dei Fiori di Roma, lascia un profondo segno nella coscienza di chi crede. 

La Chiesa non si è mai scusata, infatti, per aver ucciso un uomo solamente perché volle vivere e pensare liberamente. Il massimo che è riuscita a dire, a distanza di secoli dalla brutale uccisione, nel 2000, tramite Giovanni Paolo II, è che la morte di Bruno “costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico”. Profondo rammarico, certo, ma non pentimento. 

Dopo sette anni trascorsi nelle anguste carceri romane Giordano Bruno ascolta la terribile sentenza del processo: condanna a morte per rogo. Inginocchiato, si alza e si rivolge risoluto ai giudici pronunciando la seguente celebre frase: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”. Nell’istante che segna la sua fine, egli ammonisce i presenti con freddezza e acutezza, a dimostrazione del suo straordinario e coraggioso carattere di genio filosofico e pensatore libertario. 

Milano, 2.12.2020         Giovanni FF Bonomo – Candide C.C.

 

 

 



[i] Con modestia ma fermezza il mio impegno civile nel diffondere il pensiero libero e critico continua. Richiamo questo mio scritto, nel blog “La mentre sveglia”, sulla filosofia che anima il mio Candide C.C., sull’amore per il sapere che non dovrebbe a nessuno mancare.