domenica 15 dicembre 2019

Il sogno come democrazia della mente. Incontro con Anna Ferruta, psicoanalista SPI, Filosofia sui Navigli, 15.12.2019

     
     La produzione più inconsistente della mente, ma ben radicata nel corpo che si riposa viene definito il sogno durante l’ultimo incontro 15.12.2019 annuale domenicale della serie “Filosofia sui Navigli” dell’avv. Pietro Tamburrini, che si svolge sul soppalco del ristorante Officina 12 nell’Alzaia Naviglio Grande. Ospite relatrice è stata, questa volta, la psicologa e psicoanalista Anna Ferruta, membro della SPI Società Psiconalitica Italiana e fondatrice dell’associazione Mito&Realtà. Titolo dell’incontro: Il sogno come democrazia della mente”, insieme alla citazione di Freud “Mettere i sogni in libertà”. 

   È forse questo radicamento nella nostra natura umana che fece dire a W. Shakespeare Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (La tempesta, atto IV, scena I)

        Più che interpretazione dei sogni, richiamando la più nota opera di Sigmund Freud, si dovrebbe parlare oggi, alla luce delle ultime scoperte sul funzionamento della psiche, di “lavoro del sogno”, dell’incessante Traumarbeit che si svolge quotidianamente, per lo più nelle ore notturne, nel nostro conscio e inconscio dominati da pensieri, immagini, emozioni le quali, a volte, sono il substrato creativo delle nostre migliori espressioni intellettuali e artistiche. Mi viene in mente, mentre la relatrice parla, quel meraviglioso e noto quadretto musicale di Schumann che non a caso si intitola Träumerei.  

    Ma perché sogno come democrazia della mente? Perché sono le potenzialità inespresse che nel sogno prendono forma, e possono essere condivise, a condizionare la nostra socialità e il rapporto con gli altri. Sogni come portatori di verità e del “divin segreto” dantesco, a volte premonitori altre volte narratori, che espandono comunque la capacità di pensare. E si tratta di un pensare plurale, in sceneggiature della mente in cui siamo, in uno, autori, registi, interpreti e produttori.

       Sogni come complesso contenitore di pluralità, sogni come ammortizzatori dei più bassi istinti, se è vero, come dice Platone, che “l’uomo virtuoso si limita a sognare ciò che l’uomo malvagio fa nella vita”, sogni come illusioni rassicuranti e mantenute più delle promesse (Jean Baptiste Fontanisse), sogni come ricordi opachi o lucide amnesie, ma sempre in un’interazione mondo - soggetto, perché il lavoro (di pensiero) del sogno è sempre la costruzione di una storia.

     Del resto il mondo è una realtà narrata al soggetto attraverso le sue rappresentazioni. Il soggetto trasforma le rappresentazioni del mondo in fenomeni a mano a mano che tali rappresentazioni incidono sul soggetto ed entrano nella capacità di giudizio e d'azione dell'individuo. Fantasia e vita reale nel sogno si fondono e confondono con modalità spiegate da Donald Winnicot nel saggio “Gioco e realtà”.
Si può dire che, dal punto di vista del soggetto, tutto il mondo è illusione, tutto è maya

      La realtà circostante viene percepita dal soggetto in base alle limitazioni che il soggetto pone alla rappresentazione del mondo: il mondo cessa di essere un'illusione soltanto se più soggetti si accordano su una descrizione del mondo e chiamano quella descrizione realtà.

Manca a tutt’oggi una corretta “epistemologia del sogno” che ponga le premesse su come iniziarne l’analisi, da dove partire. Nonostante il poderoso lavoro del freudiano Cesare Musatti manca ancora una teoria sistemico-relazionale del sogno in chiave di ecologia della mente, e pure una propedeutica del sogno, come è stato suggerito da un intervento, in funzione di rinarrazione autoriparativa dei propri traumi esistenziali.

A questo proposito la relatrice, che già ci racconta alcune sue esperienze di rielaborazione del sogno con propri pazienti, conviene sulle implicazioni cliniche di un tale approccio educativo nei processi psicoterapeutici.

      I sogni ci accompagnano a scoprire verità profonde, desideri e potenzialità nascoste molto più a portata di mano di quanto pensiamo. Non solo imparare a sognare bene ma anche imparare a usare bene i sogni.

          Milano, 15.12.2019                                    Giovanni FF Bonomo – Candide C.C.


Il sogno come democrazia della mente. Incontro con Anna Ferruta, psicoanalista SPI, Filosofia sui Navigli, 15.12.2019









lunedì 11 novembre 2019

Come avere successo nel Network Marketing. I 7 passi di Eric Worre


Nella mia modesta esperienza di navigatore della Rete e di esploratore delle magnifiche opportunità che essa offre, vorrei dare un contributo a coloro che fanno del network marketing la loro principale occupazione.

Il mondo affascinante del digital marketing già mi stimolò ad aprire ad aprire un gruppo in FB e poi anche un blog Ultime-Notizie.net. Ovviamente non saranno, le mie, considerazioni personali, dal momento che la mia esperienza è secondaria rispetto al mio lavoro principale di avvocato, riferendomi alle riflessioni dei migliori network marketer del mondo tra i quali Eric Worre. Vorrei cioè offrire una sintesi, elaborando alcuni miei appunti, dei punti fondamentali di un efficace Network Marketing, che è l’unico sistema di lavoro che permette di dare un valore economico alle proprie competenze.

Il lavoro di NM sviluppa infatti una forza unitaria data da coloro che remano insieme a tempo e seguono la stessa rotta verso una meta finale che permette la libertà finanziaria e l’attivazione di una rendita passiva. Ma bisogna prima comprendere che la formazione e la conoscenza sono sempre alla base della professionalità, la quale anche in questo “mestiere” distingue coloro che offrono reali possibilità di business da coloro che straparlano e offrono solo obiettivi farlocchi.

Insomma, per dirla con Eric Worre, è meglio essere preparati per un’opportunità e non (ancora) averla piuttosto che averla e non essere preparati!

Si tratta di 7 - che è anche, curiosamente, il mio numero fortunato - punti vincenti per diventare un networker di successo.

1. Liberare la mente dai preconcetti e fare tabula rasa delle due credenze limitanti che ci hanno condizionato nella vita: - non ho tempo; - non ce la farò. Di contro, cambiare atteggiamento sfruttando le leve della voglia di migliorare, dell’ambizione e dello spirito imprenditoriale.

2. Invitare in modo pacato e cortese a conoscere una nuova opportunità di business, tenendo in mente che siamo noi a fare un favore a informare e che pertanto non dobbiamo convincere nessuno: lasciamo spazio alle domande e rispondiamo! Non siamo logorroici! Invitiamo piuttosto a guardare prima una presentazione online dell’azienda, così da non subire domande banali. Ricordiamoci poi che ogni invito va calibrato sul tipo di persona, se già la conosciamo. In ogni caso bisogna guadagnare la fiducia dell’interlocutore, perché l’invito che facciamo rappresenta già l’80% del nostro successo.

3. Cerchiamo possibilmente persone nuove, che non siano i propri familiari o gli amici o colleghi di lavoro, a meno che siano digital marketers o almeno minimamente pratici del mondo digitale. Ma attenzione anche a questa categoria: lasciamo perdere coloro che sono già impegnati con altri business con i paraocchi e che non vedono altre opportunità per la loro limitazione mentale. E’ ben vero che nel Network Marketing ci si concentra meglio in pochi business, si dice non più di tre, ma coloro che pensavo di sapere già tutto perché avrebbero maturato già un’esperienza annuale, e che si vantano di questo, dimostrano solo la loro scarsa propensione ad ampliare i loro orizzonti culturali in un mondo che continua a evolversi, lasciamoli nel loro brodo, meglio allora rivolgesti a perfetti sconosciuti.

4.  Se abbiamo già le prove dei guadagni lasciamo parlare questi risultati piuttosto che vantarci a sproposito; piuttosto lasciamo che sia una terza parte, come ad esempio un tuo cliente, a elogiarci come esperti, soprattutto se ciò avviene nell’ambito di una presentazione aziendale. Poniamoci sempre questa domanda: se tutti facessero ciò che abbiamo fatto negli ultimi 30 giorni, che cosa possiamo aspettarci? Vorremmo essere il nostro stesso “Over”?
5. Chiediamo sempre un feedback ai nostri affiliati o a chi abbiamo già incuriosito, ma evitiamo la domanda “che cosa ne pensi?”, piuttosto chiediamo “che cosa ti è piaciuto di più?”, che già predispone positivamente l’interlocutore. E una volta fatta la domanda ascoltiamo fino in fondo la risposta, evitiamo di parlare più del necessario. Piuttosto poniamo altre domande, come Quanto vorresti guadagnare ogni mese? Qual è il tuo obiettivo? Quanto tempo vorresti dedicate a questa attività?

6. Aiutiamo sempre i nostri affiliati a fare i passi giusti: noi restiamo sempre la guida, coloro che li hanno aiutati a entrare nel sistema e che continuano ad aiutarli a ottenere in tempi rapidi i primi risultati. Il vero networker professionista non abbandona mai i propri affiliati.

7. Promuoviamo sempre gli eventi che l’azienda organizza, anche parlandone de visu e non solo online. Parliamone agli sconosciuti, quando in una conversazione capita l’occasione giusta, e avvisiamo sempre i nostri affiliati assicurandoci che siano sempre informati.

°°°
E ricordiamo infine l’ottimismo, che deve essere maggiore di quello normale che mettiamo nella vita quotidiana: l’imprenditore di successo è colui che cerca continuamente soluzioni, che non si ferma mai ai problemi

Milano, 11.11.2019                                                     Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.






P.S. Ringrazio Gianfranco Diomedi di SDS Accademia per avermi stimolato, durante la riunione 10.11.2019 di Regeneration System presso il locale di Enzo Iacchetti Ciù Ciù Bollicine Musicabaret, queste riflessioni tratte poi dalla lettura di GoPro, 7 steps to becoming network marketer professional, 2019, di Eric Worre.



sabato 2 novembre 2019

Diffamazione. Dalla parte dei giornalisti liberi


Ci sono tanti giornalisti liberi che non sono eroi ma cittadini normali che fanno il loro dovere informando. Chi fa il politico, o chi è comunque un personaggio pubblico, è ovvio che venga sottoposto a una verifica di attendibilità e di correttezza dei comportamenti, proprio per valutarne l'operato.

Non si può chiedere a un giornalista che pubblica un articolo su una questione di interesse generale, come la presunta corruzione di un politico, usando toni normalmente provocatori, un grado di precisione analogo a quello richiesto per stabilire la fondatezza di un’accusa in sede giudiziaria. Se le autorità giurisdizionali nazionali condannano il cronista per diffamazione senza tener conto di quest’aspetto e senza valutare il diritto della collettività a essere informata su questioni di interesse generale, è certa la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il giornalismo usa spesso toni provocatori proprio per svegliare l’opinione pubblica e informare, anche emotivamente, la cittadinanza. Va da sé che non è possibile pretendere dal giornalismo un grado di precisione analogo a quello richiesto per stabilire la fondatezza di un’accusa in sede giudiziaria. Pretendere l’uso di un linguaggio tenero e preciso nei particolari significa non comprendere la professione di giornalista. Il giornalista non è un P.M.

Lo ha chiarito più volte la CEDU Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella condanna di Stati membri per la violazione dell’articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione perché i giudici nazionali non si sono attenuti ai princìpi, fondanti tale norma, in materia di libertà di stampa, non tenendo nella dovuta considerazione il fatto che la stampa ha l’obbligo di informare su questioni di interesse generale e che la collettività ha diritto di riceverle.

Deve trattarsi, precisa la Corte di Strasburgo, di notizie legate alla funzione pubblica del politico, senza riferimento alla vita privata di questi e senza che traspaia, dal testo dell’articolo, alcun intento diffamatorio, nel rispetto quindi delle regole deontologiche. Quando si usano giudizi di valore questi devono avere una base fattuale sufficiente a costituire un ragionevole fondamento per le critiche.

Certo non si può chiedere a un giornalista, chiarisce la CEDU, la stessa precisione e accuratezza che compete alle autorità giudiziarie per accertare la colpevolezza. Gli standard sono diversi così come gli obblighi. D’altra parte, il giornalista non deve certo provare le accuse ma solo fornire un fondamento ragionevole alla base delle critiche espresse sulla stampa. E questo anche con toni provocatori. Sono note le vicende di noti giornalisti assolti alla fine in ultima istanza avanti alla CEDU, che ha condannato lo Stato italiano a risarcire i danni morali.


La Corte di cassazione ha recentemente fissato, conformemente a tale indirizzo della Corte europea, importanti principi in tema di libertà di stampa e di diritto di critica nei confronti di uomini politici ed ha quindi assolto con formula piena dall’accusa di diffamazione “perché il fatto non costituisce reato”.


Avv. Giovanni Bonomo – Diritto 24









giovedì 5 settembre 2019

Il salto oltre la specie.

Come osserva Piergiorgio Odifreddi[i], lo scienziato Niels Bohr, il cui schema semplificato della struttura dell'atomo che ispira il logo del mio C.C.C. - fior di loto stilizzato a forma di atomo -, ha esemplificato il principio di fisica quantistica della sovrapposizione di stati attraverso la complementarità di varie opposizioni: osservatore e osservato, soggetto e oggetto, finalismo e meccanicismo, mente e cervello, istinto e ragione, libertà e condizionamento, sentimento e pensiero, scienza e arte, etc. E l’ha considerato come l’espressione di un livello profondo di comprensione, sostenendo che “le verità superficiali sono quelle la cui negazione è contraddittoria, e le verità profonde quelle la cui negazione è ancora una verità”.

Le connessioni con il taoismo orientale sono evidenti. Al punto che, quando nel 1947 gli fu conferita l’onorificenza dell’Ordine dell’Elefante, Bohr scelse come stemma araldico il diagramma taijitu, il noto cerchio bianco e nero che rappresenta la complementarità dello yin e dello yang. E sottolineò il concetto con il mottoContraria sunt complementa.

Queste connessioni, osserva ancora il saggista e matematico torinese, vennero divulgate poi negli anni ’70 dall’opera Il Tao della fisica, di Fritjof Capra. Ma già avevano certamente ispirato un altro dei padri fondatori della meccanica quantistica, Erwin Schroedinger, che nell’autobiografico La mia visione del mondo ammise esplicite dipendenze intellettuali tra il proprio lavoro e la filosofia del Vedanta. In particolare, nell’appendice di Che cos’è la vita?, Schroedinger espresse la sua fede nella coincidenza dell’atman personale e del Brahaman universale. E arrivò a dichiarare aham brahmasmi, “io sono Brahman”, che richiama quel Deus factus sumdei nostri mistici medioevali.

La conoscenza condivisa è quel processo di apprendimento e di comunicazione collettivi che crea una sorta di supermente o General Intellect. Nel campo del diritto richiama il fenomeno dell’Open Source, frutto di un processo di formazione continuativa e decentrata della conoscenza, condivisa da più programmatori che sommano le loro intelligenze, e nel campo della filosofia riconduce a quello “spirito universale” dell’umanità rinvenibile negli scritti di Hegel e poi anche di Nietzsche.

Ma si tratta semplicemente di quello stesso spirito di ricerca scientifica che si basa sulla condivisione delle informazioni. L’evoluzione finale dell’umanità sarà di scoprire la matrix , il vero codice sorgente non di un software, ma della nostra specie. La rivoluzione industriale ci ha portato le scoperte della meccanica, della chimica, della termodinamica. Quella in cui stiamo entrando sarà la rivoluzione dell’informatica e della biologia. Per ora i due percorsi procedono ancora relativamente separati: l’informatica verso ciò che viene chiamata “intelligenza artificiale” o “non biologica” e, più in prospettiva, verso i computer quantistici; labiologia verso il controllo e la replica in laboratorio dei meccanismi evolutivi del vivente.

Da un certo momento in poi le due strade si unificheranno a un livello che già qualcuno chiama “bioconvergenza”: la nuova alleanza tra intelligenza umana e quella non biologica. E sarà allora che avremo davvero sfondato la soglia, che avremo fatto il “salto quantico”, entrando nella singolarità che ci aspetta. Andandooltre la specie, ci affrancheremo da ogni tipo di malattia e di mortalità biologica, saremo basati più sul silicio che sul carbonio. Non saremo più definiti dai nostri limiti naturali, ma dal fatto di averli aboliti. Intanto la disponibilità completa del patrimonio genetico della specie e la possibilità di intervenire su di esso si stanno avvicinando, in modo da renderci garanti delle altre specie sul pianeta. Abbiamo vinto, anche per conto di tutte le specie meno fortunate di noi, alla lotteria dell’evoluzione, e tocca a noi adesso, alla nostra civiltà, farsi carico di ogni specie protetta e preservare la salute del nostro pianeta.

Già adesso possiamo comprendere che siamo tutti fatti della stessa energia, come venne intuito da Wilhelm Reich con la sua teoria dell’orgone, energia primordiale e fondamentale che spiega la vita, e già oggi potremmo fare a meno, finalmente, di inventarci divinità aspettando le meravigliose scoperte che continua a fare la scienza. Con le “verità rivelate” ci siamo creati un “Dio” che è solo la personificazione del bisogno di credere, della pigrizia intellettuale, come l’orfano che fa di tutto per immaginare il padre che lo ha messo al mondo invece di chiedere e cercare. E solo con un atteggiamento umile, ma operoso e non rassegnato, di fronte all’immensità dell’universo, il vero ricercatore potrà comprendere la verità.

Noi, parte dell’universo, crediamo ancora, nell’anno 2011, di essere stati creati (teismo), o di essere nati per caso senza avere un senso (ateismo). L’uomo finalmente capirà che è proprio lui il costruttore di se stesso e dell’universo, che non è diverso da lui, che è la manifestazione della stessa energia.

Giovanni Bonomo, 1 ottobre 2011




[i] In “Caro papa, ti scrivo”, Mondadori, 2011, p. 83 - 84



martedì 18 giugno 2019

L’economia collaborativa che sta cambiando il mondo. Cam.TV ha ora la sua App.


Inizia una nuova era nel modo di vivere e di lavorare grazie ai nuovi modelli di organizzazione produttiva fondati su automazione e interconnettività tecnologica. La prima social company interamente italiana testimone e protagonista di tale cambiamento epocale.

Non è cosa da poco diventare la prima Social Company del mondo per una piattaforma Web che iniziava e appariva, ad una visione superficiale, come un social come tanti pur con peculiari caratteristiche. Perché questa community dove non ci sono divisioni né competizioni ma persone – magari un po’ più visionarie e lungimiranti di altre – ha celebrato domenica 16 giugno a Venezia l’attesissima App.


E’ stata l’occasione per fare il punto della situazione e di presentare ai propri membri, ai founder a ai vari invitati di questi, le ultime novità di un prodigio di piattaforma online e social community realizzato in solo poco più di un anno. Un duro e incessante lavoro nella sede di Gonars (UD), ora ampiamente ripagato anche con l’inaugurazione del primo Cam.TV Live Store.

Il segreto di tale successo è l’aver cavalcato l’onda, al momento giusto, dei nuovi modelli di sharing economy, di organizzazione produttiva fondata sull’automazione e sull’interconnettività tecnologica, l’aver compreso che CONDIVIDERE è il verbo del futuro già iniziato, che contraddistingue cioè l’inizio del Terzo Millennio.

L’economia collaborativa è un concetto rivoluzionario che solo oggi, grazie ai progressi della tecnologia digitale, all’utilizzo della blockchain e dell’Intelligenza Artificiale, può pienamente realizzarsi. E Cam.TV lo ha realizzato.


1. Ma facciamo un passo indietro.

Cam.TV nasce in Italia con la più grande campagna di crowdfunding mai prima realizzata rivoluzionando il concetto di social network (per come attualmente lo conosciamo associandolo al più noto Facebook) che diventa social community di persone vere e autentiche.

Alla base di tale impresa è la realizzazione dell’economia sociale, detta anche sharing economy perché si fonda sulla condivisione di risorse umane e materiali, così come la cultura si basa sulla condivisione del sapere. E’ un ecosistema socio-economico produttivo che si sta affacciando nel terzo millennio per un’autentica rivoluzione culturale ed economica, i cui primi aderenti e founder possono definirsi i pionieri della quarta rivoluzione industriale.

Da studioso del mondo digitale e del diritto delle nuove tecnologie ho più volte sottolineato -  ne avevo parlato a più riprese, oltre che nel mio blog di aggiornamento notiziale sul mondo digitale Ultime-Notizie.net, anche su Il Sole 24Ore, su AffariItaliani e su NanoPress - che la rivoluzione tecnologica della blockchain di cui siamo tutti spettatori, basata sulla condivisione e disintermediazione, sulla sicurezza e trasparenza delle transazioni, non avrebbe senso se non ci facessimo tutti partecipi e protagonisti: possiamo ora utilizzare il nostro talento per ottenere rendite anche aiutando gli altri e migliorare la qualità della vita.


Del resto assistiamo ogni giorno, in questa nuova era digitale, al moltiplicarsi, grazie a nuovi siti e nuove App, delle opportunità di conoscersi per imparare, insegnare e guadagnare. L’idea di Cam.TV è di portare con facilità le persone ad un contatto live, tramite videocall ad alta definizione, permettendo di interagire in modo trasparente, affidabile, meritocratico e produttivo.

Si tratta dell’inizio di una nuova era nel modo di vivere e di lavorare: tutti i nostri prodotti e servizi digitali vengono distribuiti e venduti in tutto il mondo ogni giorno e non finiranno mai (produci una volta, vendi e guadagna per sempre: ecco il concetto di “rendita automatica”). Ogni nostra creazione, se innovativa e gradita ai più, può farci guadagnare all’infinito!

Una volta iscritti, oltre a sapere tramite la nostra dashboard personale quanti LikeCoins riceviamo dagli altri Camers e da ogni nuova affiliazione, possiamo monitorare costantemente i guadagni delle nostre consulenze e i bonus provenienti dalla rete dei nostri affiliati. Non solo: in base e in proporzione alla nostra qualifica, riceviamo le notifiche periodiche delle entrate su tutto il volume di affari di Cam.TV.


2. Le novità più salienti dell’evento.

Molte novità sono state presentate oltre all’attesissima APP di Cam.TV rilasciata in anteprima ai partecipanti in sala. E’ ora possibile effettuare video-consulenze su qualsiasi tipo di piattaforma grazie alla tecnologia WebRTC che consente di comunicare privatamente in video-chiamata criptata.

La APP introduce anche lo strumento di pagamento rapido, invio e ricezione di LikeCoins “One Click” per rendere ancora più semplici ed immediate le transazioni sulla piattaforma. Qualche giorno prima, il 14 giugno, è stato tagliato il nastro d’inaugurazione del primo Cam.TV Live Store aperto a Udine nel centro commerciale più grande d’Italia.


Tra i servizi offerti al professionista e alle realtà commerciali anche quello di poter registrare, in una sala dedicata, delle video-interviste finalizzate alla promozione della propria attività o professionalità.

I Cam.TV Live Store si pongono come punti di aggregazione per gli utenti della piattaforma, ai quali verrà messo a disposizione uno spazio di co-working dove è possibile organizzare presentazioni, corsi ed eventi.

E’ stata presentata anche la funzione  - oltre a quella di fare dirette Live e Webinars a pagamento - di realizzare il Co-Branding di un canale: il canale co-brandizzato beneficia di un nome a dominio personalizzato (per es. www.lamiaimpresa.it) e della possibilità di modificare brand e i temi grafici in sostituzione a quelli presenti sulla piattaforma (loghi e marchi di Cam.TV).


Da ultimo, ma non per importanza, è stata data la possibilità a ogni founder, di partecipare alla blockchain di Cam.TV inserendosi come “Master Node” e verificando così le transazioni e i blocchi della blockchain stessa.

3. Conclusioni.

Il bene del singolo è lo spicchio del bene comune”, ci dice Gabriele Visintini, l’imprenditore visionario che ha realizzato tutto questo, parlando a un pubblico di circa 300 persone contagiate dal suo entusiasmo e dalla sua voglia di fare a andare sempre più avanti. Il circolo virtuoso del donare e scambiarsi denaro, di guadagnare facendo del bene, di pagare e farsi pagare qualsiasi cosa in tutto il mondo in LIKECOINS, sempre convertibili in Euro, ha delle conseguenze dirompenti e può ben dirsi che ora niente sarà più come prima, inizia veramente una nuova era.

Inizia con Cam.TV un ecosistema socio-economico produttivo che si espande nel mondo per un’autentica rivoluzione culturale ed economica. Nasce il neologismo “glocalizzazione”: lavora locale e pensa globale.

Del resto i dati sull’economia della condivisione sono incoraggianti e le previsioni più che ottimistiche: il futuro è di chi impara a riutilizzare, scambiare,  condividere.

Avv. Giovanni Bonomo – Ultime-Notizie.net

giovedì 28 marzo 2019

"CRISTIANAGGINI. Piccolo glossario di amenità, falsità, luoghi comuni e orrori cristiani", di Giuseppe Verdi, Uno Editori 2018

Questo libro coraggioso mi fa ben sperare che il muro dell’editoria cartacea riguardo a temi che contrastano la nostra religione cristiana e che era possibile trovare solo in Internet, sia ormai del tutto valicato.  

La Uno Editori, che ha preso la rampa di lancio con Mauro Biglino, ci ha regalato con CRISTIANAGGINI di Giuseppe Verdi un altro illuminante e gradevolissimo libro che tratta del credo religioso con taglio umoristico ma con rigore storico.  

Non inganni il sottotitolo “Piccolo glossario di amenità, falsità, luoghi comuni e orrori cristiani”, perché si tratta di un libro sì ironico, ma frutto di una ricerca seria e storicamente documentata, come del resto tutti i lavori dell’Autore.

Il titolo evoca, per assonanza, il termine stupidaggini, vale a dire le stupidità che la religione cristiana – come del resto ogni religione - è stata capace di produrre. E, come dice l’Autore nell’introduzione, non si tratta di comicità o banalità inoffensive, perché su di esse si sono edificate le fondamenta del credo religioso e dei vari vantaggi per il clero nei secoli. Per mantenere saldamente il potere e indottrinare il gregge dei credenti la Chiesa ha imposto i suoi dogmi, tramite le storie dei martiri, l’inerranza biblica, la cristologia e la mariologia, veicolando sempre intolleranze, fanatismi, falsificazione, indottrinamento. Su questa truffa legalizzata delle menzogne spacciate per verità dogmatiche la Chiesa ha edificato il suo potere e accumulato le sue enormi ricchezze.

Certo, si parla già di falsificazioni e menzogne, come la truffa della falsa donazione di Costantino, la truffa delle Indulgenze, la truffa del Vescovo di Roma proclamatosi Sovrano assoluto sul resto della Cristianità, la truffa delle reliquie dei santi, etc., ma mai si parla della truffa primigenia, sotto gli occhi di tutti, del Cristianesimo, che nasce in origine come corrente apocalittica interna all’Ebraismo.

Si tratta proprio del personaggio principale, del protagonista… ma nessuno, tranne pochi audaci scrittori, ne rivelano la vera natura solo mitologica. Sulla più grande menzogna della storia, quella bimillenaria di Gesù Cristo, si è edificata la religione del Cristianesimo http://www.liberliber.it/…/gesu_cristo_non…/pdf/gesu_c_p.pdf  come spiega Emilio Bossi (Milesbo) nel libro “Gesù Cristo non è mai esistito”, ed. www.LiberLiber.it disponibile appunto solo su Internet.  

Dico questo perché, a mio parere, non si comprenderebbe appieno il significato di quest’opera di Giuseppe Verdi se non si indaga prima il personaggio protagonista su cui ruota questa religione e che dà l’estro al titolo spiritoso del libro.

Ma dopo gli studi dell'avvocato svizzero Emilio Bossi, ci sono anche quelli di Luigi Cascioli, il cui libro su La favola di Cristo non si trova ovviamente nelle librerie, ma solo in qualche sparuto Circolo Giordano Bruno di qualche grande città. Purtroppo in Italia la verità viene offesa ogni giorno e ora ancora di più oscurata dalla propaganda clericale con libri privi di ogni aderenza storica, perché Gesù Cristo è un'invenzione, una favola bella e buona dei Vangeli, scritti almeno un secolo dopo la presunta esistenza del personaggio.

E poi poco conta - diciamolo chiaramente - che sia esistito o meno: i primi a tradire il messaggio evangelico e i suoi pur condivisibili princìpi, sono proprio i credenti, è la storia che parla, anche senza leggere i dieci tomi enciclopedici dell'opera monumentale di Karlheinz Deschner sulla storia criminale del Cristianesimo, basta avere un minimo di onestà intellettuale.

Quando presentai La Croce di Spine dello storico e studioso del Cristianesimo Giancarlo Tranfo, sottolineai che non c’è alcuna traccia di Cristo negli storici dell’epoca e gli unici che ne parlano sono i Vangeli, scritti a partire dalla seconda metà del II secolo.

Anche questo autore, Giancarlo Tranfo, nelle sue approfondite ricerche storiche, si è trovato di fronte all'evidenza, come molti altri storici ed esegeti indipendenti dei Vangeli e delle altre fonti, che di Gesù Cristo la storia non ci lascia alcun vero documento. Un'evidenza ed una conclusione per lui dispiaciutissima, partendo egli, nella ricerca, da credente convinto.

Ovviamente non basta constatare che Gesù non abbia scritto nulla per negare che sia esistito. Anche Socrate, invero, non ha scritto nulla, insegnando solo oralmente. Ma, mentre del filosofo ateniese scrissero i suoi discepoli, persone storiche che ci sono garanti della sua esistenza: Senofonte, Aristidippo, Euclide, Fedone, Eschine, e il divino Platone, nulla invece fu scritto di Gesù se non tramite documenti non originali e sospetti di manipolazione se non di totale contraffazione.

Tolta la Bibbia, che non ci fornisce la prova che Cristo sia stato un uomo reale ma che ci fornisce molte prove invece di segno contrario, nessun autore che chiamiamo "profano", dei molti che sarebbero stati suoi contemporanei, ci ha lasciato qualche cenno o traccia di lui. I soli autori del suo tempo che fecero il suo nome — Flavio Giuseppe, Tacito, Svetonio e Plinio — o furono interpolati e falsificati, come i primi due, oppure, come gli altri due (Svetonio e Plinio), parlarono di Cristo soltanto etimologicamente, per designare la religione che ne prendeva il nome, appunto il Cristianesimo.

Gli unici documenti storicamente attendibili stanno a provare piuttosto, come scrive Tranfo, che Gesù Cristo sia solo il risultato di una artificiosa unione di due personaggi storicamente verificabili, l'uno Yeshua ben Panthera, quale messia sacerdotale e guida spirituale della nuova Israele, l'altro Giovanni di Gàmala, il nazireo unto del Signore, detto Kristos, che avrebbe dovuto preparare l'insurrezione per rovesciare il potere dell'oppressore romano. Del resto lo stesso Ernesto Renàn, noto come il più grande dei cristologi, che fece passare la sua Vita di Gesù come una ricerca biografica laddove si tratta di un abile romanzo, è pure costretto a riconoscere in successivi scritti il silenzio della storia intorno al suo eroe e protagonista.

Qualcuno mi dirà che la legittimità o la credibilità di una religione, si misura non sulla storia ma sulla fede: nulla di male cioè che una religione, pure inventata, ma divenuta un'eggregora potentissima in duemila anni, si diffonda qualora predicasse pur sempre princìpi di altruismo e bontà. Orbene, a parte il fatto della non credibilità invece di una religione che non abbia alla sua origine un vero profeta, vorrei rispondere con una frase del Mahatma Gandhi, che di vero pacifismo è stato finora, nella storia politica del pianeta, il più credibile garante: egli disse che "Io amo e stimo Gesù, ma non sono cristiano. Lo diventerei se solo vedessi un cristiano comportarsi come lui".

Insomma, in tutto il primo secolo di storia che viene considerata come l’epoca della vita di Gesù, nessuno storico o scrittore fa menzione del personaggio che risponderebbe al suo nome: né in Grecia, né a Roma e né in Palestina. In seguito la storia di Cristo fu inventata copiando le divinità di Horus, Mitra, Zoroastro, Baal, Iside-Osiride, Dioniso-Bacco, Adonis, Budda, Ercole, Prometeo, Krishna, Attis. Interessante, sotto questo profilo, la ricerca di Pier Tulip nel libro "KRST. Gesù un mito solare", con sottotitolo Una nuova esegesi svela contenuti mitici e allegorici dei Vangeli. Nuova ipotesi sul Gesù storico”. Come non ricordare in proposito la poesia Il Sole (l’unico dio) di Lorenza Franco, in La tela di Penelope, p. 25, ed. NS 2015, ricca di note e riferimenti storici.

 Oggi di certo sappiamo - anche per gli studi approfonditi di Mauro Biglino e di altri esegeti indipendenti prima di lui - che la verità non risiede nelle cosiddette “sacre scritture”. Come ampiamente dimostrato anche da storici e studiosi degli ultimi due secoli, la presunta parola di Cristo nient’altro è che la summa di vari scritti di dubbia natura, testi manipolati a tal punto che in essi convergono solo in una miriade di contraddizioni. Contraddizioni sulle quali nemmeno i più dotti e fini teologi riescono a trovare una spiegazione che li metta d'accordo, pure adducendo la falsa teoria che Cristo andrebbe interpretato teologicamente piuttosto che storicamente. Molti si chiedono: ma è possibile che un personaggio del genere, che compiva tali miracoli, resti sconosciuto alla storia e ai popoli di allora? Risposta: certamente che è possibile; infatti tale personaggio non è mai esistito.

L’unico modo per tentare di avvalorarne l’esistenza a posteriori era, e così è stato, quello di crearne la leggenda attingendo a piene mani dalla vita di altri personaggi mitologici e di altri invece esistiti che, secondo le ricerche di autori liberi pensatori, sono anche storicamente verificabili ma che non erano lui. Ritorna utile il detto secondo cui una menzogna ripetuta all’infinito con il tempo diventa una verità. Infatti la menzogna bimillenaria inculcata nelle scuole fin da bambini, per molti è una verità, o meglio, resta una convinzione anche da adulti. Di fatto Gesù Cristo resta la più grande beffa ideologica della storia umana, che alle gerarchie della Chiesa cattolica frutta potere e ricchezza da oltre due millenni.

Mi vorrà scusare l’Autore per questa mia digressione storica prima che arrivi alla effettiva recensione del suo libro CRISTIANAGGINI, ma qui non si tratta di essere appassionati di cristologia ma di essere amanti della storia e della verità. Meno male che, prima di Giuseppe Verdi, romanzi best seller come il Codice da Vinci, di Dan Brown hanno acceso un po’ di curiosità intellettuale anche nel cittadino di media cultura sulla vita di Gesù Cristo e sulla vera storia del Cristianesimo.

Forse resterà impossibile, anche dopo le ricerche di Donnini, De Angelis, Moraldi, Cascioli, Salsi, Tulip, Franco, Tranfo, arrivare ad una definitiva verità storica sul Cristianesimo, dato che si tratta di rovistare tra documenti mistificati, contraffatti, costruiti ad arte nei primi secoli. Di certo i legami di questa religione con le tradizioni pagane e mitraiche, con tutto ciò che è palesemente inventato o retaggio di riti e culti solari più antichi, fin da Anubi e Osiride egizi, come ci spiegano autori liberi pensatori e storici indipendenti, è verità storica assodata. Così come è verità storica assodata che l’uomo Gesù, anche concedendo che fosse esistito, sia stato reso consustanziale con Dio, grazie alle elucubrazioni, ai voli pindarici e alle mire di potere di un manipolo di personaggi tanto pii quanto inutili e nocivi, ma ci vollero tre secoli – mi riferisco al Concilio di Nicea del 325 – per accorgersi che costui era “della stessa sostanza del padre” e a renderlo Dio per votazione.

Merito di Giuseppe Verdi è di offrire al lettore, in una narrazione non impegnativa e divertente, un accrescimento delle proprie conoscenze sul Cristianesimo e sulla storia di questa religione, a scopo di sviluppare in noi una coscienza critica e un atteggiamento costruttivo. Perché posso assicurare che il titolo, che i più considerano dileggiatorio e provocatorio, è soltanto un eufemismo a fronte delle criminali scempiaggini che continuano a essere prodotte dalla Chiesa per arrecare vantaggi al clero e mantenere il potere e indottrinare il gregge dei credenti.

Il primo capitolo del libro, intitolato “A prova di errore”, è dedicato all’inerranza biblica e all’ispirazione divina del testo sacro, con la precisazione del fatto, che pochi sanno, che Dio diviene autore della Bibbia solo nel 1442 in occasione del Concilio di Firenze. Ma il documento principe sull’ispirazione divina e, quindi, dell’inerranza della Bibbia resta la costituzione dogmatica Dei Verbum, promulgata durante il Concilio Vaticano II nel 1965.

Nel secondo capitolo intitolato “Baldracche pro ecclesia” si ricorda come, in concomitanza con le Crociate, si sviluppò anche una prostituzione itinerante grazie a stuoli di donne pronte a soddisfare i pruriti erotici dei “soldati di Cristo”. I concili ecclesiastici erano poi una ghiotta occasione di grandi affari per le prostitute, che accorrevano a migliaia presso le città ospitanti tali santissimi incontri, proprio come oggi le escort pullulano a Bruxelles, sede del Parlamento Europeo.

Nel terzo capitolo dal titolo “Castrazione” l’Autore ricorda la setta cristiana russa degli Skopcy, vale a dire eunuchi, della fine del XVIII, che definire fondamendalisti sarebbe riduttivo. Predicavano la mortificazione del corpo fino ad arrivare all’automutilazione del pene per gli uomini e del seno per le donne. Questo per poter diventare angeli e guadagnarsi il diritto di entrare nel regno dei cieli.

Nel quarto capitolo “Coitus christianus” viene spiegata l’aberrazione ideologica, iniziata con Agostino d’Ippona, divenuto poi Sant’Agostino, di considera il sesso come il peggiore dei mali e di considerare la contraccezione come un omicidio. Ancora nel 1958 il papa Pio XII proibì espressamente i preservativi, ribadendo che il buon vecchio condom va evitato anche in presenza del rischio di una gravidanza pericolosa per la donna. La chiesa non arretrò mai di un passo dalle sue intransigenti posizioni, nemmeno a fronte del dilagare dell’AIDS, flagello contro il quale Wojtyla propose la fedeltà, per gli sposati, e la castità, per i celibi, pur di non dire sì al preservativo, che avrebbe potuto limitare le epidemie e ridurre i milioni di morti.

Nel capitolo “Cristologia”, il quinto, si parla dello studio della natura di Cristo, così come la mariologia è lo studio sulla natura della Madonna. Insomma si va oltre la teologia, la scienza del nulla, prerogativa di tutte le religioni, per creare discipline che hanno la medesima dignità di materia di studio dell’enologia musulmana o dell’agricoltura polare, così scherzosamente Umberto Eco inserisce nel piano di studi di una facoltà delle scienze inutili. Ricorda Giuseppe Verdi che secolo dopo secolo l’uomo Gesù venne reso consustanziale con Dio grazie a elucubrazioni teologiche e che si è dovuto attendere oltre tre scoli dalla nascita di Gesù per accorgersi al Concilio di Nicea dell’anno 325, che costui era della stessa sostanza del padre e per farlo diventare quindi Dio per votazione.

Il capitolo successivo, intitolato “Da quale pulpito” ci mostra quanto irrispettoso, per non dire ingiurioso, sia nei confronti del prossimo proprio quel clero che rivendica rispetto per la c.d. sensibilità cattolica e continua a blaterare di un “porgi l’altra guancia” che non manca di essere ripetutamente calpestato e sostituito da un ben più diffuso “predica bene e razzola male”. Segue una serie di date di storia recente, dal 2010 al 2017, sulle più ipocrite vicende e esternazioni di papi, vescovi e prelati.

Con il settimo capitolo, sulla “Dottrina sociale”, l’autore precisa come la “questione sociale” sia uno dei non pochi ambiti nei quali ciò che la Chiesa sostiene oggi – spacciandolo come dottrina costante – è in realtà ben diverso da quanto essa predicava in passato. Nella fattispecie, pur presentandosi a livello di propaganda come “religione dell’uguaglianza” che condanna le diseguaglianze sociali, il Cristianesimo ha invece sempre sostenuto tali diseguaglianze a livello dottrinario, tollerando la schiavitù e mostrando di avere a cuore le sorti dei più sfortunati non di più di quanto un gatto possa avere a cuore il benessere di un topo.

La pioggia di denaro per la Chiesa cattolica iniziò con le donazioni dei fedeli e gli svariati privilegi concessi al clero, e già nel corso del V secolo i vescovi di Roma erano diventati i più grandi latifondisti dell’Impero Romano; il monito evangelico secondo cui un ricco non può entrare nel regno di Dio era già di fatto superato.

Il capitolo prosegue con un excursus sulle esternazioni di vari papi, in particolare Pio IX, Leone XIII e Pio XII che hanno contribuito alla formazione della cosiddetta “dottrina sociale” della chiesa, tra la fine del XIX secolo e la metà del XX secolo alla base della quale sta l’inevitabile disparità tra ricchi e poveri e il principio che ricchezza e proprietà sono diritti dei ricchi, restando la beatitudine eterna per i secondi. Le cose non cambiarono con i successivi papi, fino ai proclami più ipocriti come quello “non c’è vera soluzione della questione sociale al di fuori del Vangelo” di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI pur sostenendo l’esaltazione della proprietà privata e la critica del socialismo.

Divertente e istruttivo è anche il capitolo ottavo sull’Ecumenismo e sulla ricerca di un’unione tra le tre religioni monoteiste, dove l’Autore fa notare che, all’insegna dell’ipocrisia e delle gaffe, si simula il dialogo interreligioso tra soggetti che si definiscono reciprocamente miscredenti da quattrodici secoli.

Sarebbe come dire, da parte della Chiesa, “con le Crociate e i massacri abbiamo scherzato: adesso che la religione perde terreno uniamo le forze e facciamo finta di non esserci mai odiati e chiamati vicendevolmente infedeli”.

Da notare poi che ognuna delle tre religioni monoteiste è per definizione portatrice della verità e del verbo divino, per cui è escluso fin dall’inizio ogni possibile dialogo e confronto. Eppure il massimo fautore del “dialogo interreligioso” è stato Giovanni Paolo II, che in particolare tese la mano all’islam. Una linea del pontefice che fu respinta dalla maggioranza dei cardinali, i quali almeno un po’ di coerenza avevano, in occasione del concistoro del 1994.

Il libro prosegue con altri gustosissimi 27 capitoli messi in ordine alfabetico e di cui riporto solo il titolo perché non voglio rovinare la sorpresa al lettore: Emorroidi, Filosofia cristiana, Gadget papali, Gregorio il musicista, Halloween & Harry Potter, Horror, Indice dei libri proibiti, Ingerenza, Limbo, Madonna, Malicidio, Martiri, Novelle mariane, Nudità mariane, Olivier Jacques, Otto per mille, Papato, Pudore, Quanta cura!, Radio Maria, Ritardi, Sacerdozio femminile, Schlessinger, Trinità, Uccelli cristiani, Valla Lorenzo, Sozzerie cristiane, e termina con una divertente Appendice poetica. 

      Solo del capito "Otto per mille" vorrei spendere, conclusivamente, qualche parola, per recuperare le riflessioni sui costi della Chiesa che feci durante la seconda presentazione, nel novembre 2011 al circolo UAAR di Rimini, del libro La tristezza di Satana, di Lorenza Franco. La prima presentazione avvenne a Milano presso la libreria Claudiana, in data 15 aprile 2011, in occasione del compleanno del compianto genitore avv. Aldo Bonomo, ottenendo solo uno scarno - come sempre avviene quando si tocca il credo religioso in Italia - comunicato stampa di TGCom 24 qui leggibile: http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/emilia-romagna/articoli/1006431/la-tristezza-di-satana-di-lorenza-franco.shtml

          L’Autore descrive il subdolo meccanismo "Otto per mille” finalizzato ad apportare quasi tutti i vantaggi alla Chiesa cattolica anche se scegliamo come beneficiario un’altra confessione o ente. Il libro mette in luce proprio come la Chiesa sia nata e poi cresciuta sull’inganno, per arricchirsi a dismisura come patrimonio pecuniario e immobiliare. La mia introduzione si intitolava “Quanto costa agli italiani credere?” e riportava i dati sconcertanti che ancora oggi vengono confermati dagli approfonditi studi di UAAR visibili nel sito http://icostidellachiesa.it che resta aperto al contributo di chiunque avesse informazioni di dettaglio: questo perché il compito di risalire a informazioni esatte non è per nulla facile, restando a tutt’oggi la cifra reale e precisa ignota sia allo Stato sia alla stessa Chiesa. Sta di fatto che nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione più importante delle altre confessioni, la Chiesa cattolica nelle sue articolazioni (Santa Sede, CEI, ordini e movimenti religiosi, associazionismo, etc.). Non la rendono nota, tale cifra, né la Conferenza Episcopale Italiana, né lo Stato. Si ha ragione di credere che i dati da me citati ottoe anni fa siano, per quanto ancora scandalosi, oggi ancor più approssimati per difetto: https://www.facebook.com/notes/giovanni-filippo-francesco-bonomo/quanto-costa-agli-italiani-credere-note-a-margine-della-presentazione-del-libro-/10150404835263486  

Bisogna dare atto all’Autore di saper mitigare lo sdegno che deriva dalla lettura dei vari dogmi religiosi grazie a un suo notevole senso dell’umorismo. Vi è però da chiedersi, seriamente, quando l’umanità si affrancherà dalle religioni, che frenano il progresso scientifico e avviliscono la cultura e il libero pensiero alla base di essa.

Milano, 27. 3.2019  Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.