domenica 24 giugno 2018

PENSIERO CRITICO E FEDE RELIGIOSA

(Intervista dello scrittore Angelo Gaccione all’avv. Giovanni Bonomo, promotore culturale e fondatore del Centro Culturale Candide)

D.: La Sua ultima pubblicazione non giuridica, un libretto di acrostici poetici dal titolo SENTO DIO, ha stupito coloro che conoscono il Suo pensiero radicalmente laico. Si tratta veramente di una Sua conversione?

R.: Il titolo è bonariamente provocatorio in quanto inteso a fare riflettere. Da sempre mi scontro, come libero pensatore, con la superstizione religiosa in una nazione di inaudito fondamentalismo cattolico. Ma si tratta, a ben vedere, di “laici devoti” più che di “credenti”. Perché sia chi dice di essere cattolico sia chi dice di essere laico, in verità non conosce la Bibbia e non ha letto i Vangeli. Come si può vedere la “parola di Dio” in frasi che sono l’antitesi dell’intelligenza e un’offesa all’idea stessa del divino? Con questo libretto vorrei semplicemente rivendicare che la moralità e la spiritualità non sono affatto prerogativa della religione e che sentire Dio è cosa affatto diversa da credere come inteso dalle religioni basate sulle “verità rivelate”.

D.:  Vuole dirmi che sente Dio senza credere in Dio? Potrebbe chiarire il Suo pensiero?

R.:  Credere è un autoinganno del pensiero che, per pigrizia, debolezza o paura, compie un atto di fede, in mancanza di ogni evidenza “sensibile”. Pensare è, di contro, un'azione responsabile, a volte anche coraggiosa, che ha permesso all'uomo di evolversi.  Sentire è un atto di partecipazione, anche non intellettuale (ad es. tramite la meditazione), alla natura dell’Universo, che può essere anche chiamato Dio. In definitiva i credenti sono i primi a bestemmiare se hanno un’idea così infima del divino da credere nel dio biblico assetato di sangue e di vendetta, genocida e per niente amorevole, né onnipotente e meno che meno onnisciente, proprio perché creato a loro immagine e somiglianza. Ma intanto la deriva culturale del nostro Paese fa da terreno fertile al credo religioso, che in nulla differisce dalla superstizione. Secondo le ultime indagini ISTAT, il 55 per cento degli italiani non ha mai letto un libro. Nemmeno la Bibbia, aggiungo io, per questo sono credenti.

D.: Ma il concetto di sacro come lo giudica?  

R.:  Il Cristianesimo ha tolto quella religiosità e quel senso di sacralità che le antiche religioni politeistiche avevano per l’arte, per la scienza, per l’istruzione, per la vita stessa.  Tutto è stato soppiantato da un concetto surrettizio di “sacralità” che impone solo il vittimismo sacrificale di Cristo. Il mistero del dio che si fa uomo e si fa carico della sofferenza del mondo non è altro che il tentativo di rendere più accettabile un dio troppo lontano e di avvicinarlo alla condizione umana. Come nelle precedenti religioni basate sul culto del sole il redentore muore e poi risorge, in modo da prospettare per l’uomo un destino di salvezza oltre la morte. Ma la salvezza dell’anima deve passare necessariamente attraverso il dolore. Il caso Englaro è emblematico di questa concezione. Se pensiamo invece che tra le cose sacre ci debba essere la lettura, l’amore per il sapere, l’erudizione, i libri, allora anche il sapere scientifico sarà libero di esprimersi, e di progredire anche in campo medico, fino a trovare la soluzione anche ad ogni stato comatoso, impedendo per sempre tragedie simili. In ogni caso dovrebbe essere garantito il diritto di decidere quando e come morire senza che nessuna Chiesa e tanto meno nessuno Stato possa imporci di “vivere” in un corpo che non funziona più contro la nostra volontà. La Chiesa si erge a paladina di valori universali come l’amore, la fratellanza la solidarietà, la carità. Ma esaminiamo la storia: le può veramente competere tale ruolo? Qualcuno mi dirà che la Chiesa ha riconosciuto i propri errori e ha chiesto scusa. Ma scusa a chi? A Dio, non agli uomini.

D.: Crede nel dialogo tra le diverse fedi?

R.: Ogni persona religiosa che resta attaccata al cristianesimo, all’ebraismo, al buddhismo o all’islamismo dà un tacito sostegno alle divisioni religiose nel nostro mondo. Il dialogo interreligioso è un’utopia perché ogni religione si presente come l’unica vera di fronte alla altre. La stessa considerazione logica che tutte le religioni non possono essere tutte vere dovrebbe già fare riflettere circa i fondamenti della propria fede. Un passo avanti sarebbe riconoscere che il rispetto che esige il proprio credo religioso fornisce protezione agli estremisti di tutte le fedi.

D.: Pensa che si debba distinguere tra pensiero religioso e fondamentalismo?

R.: Il caso di Ipazia di Alessandria, rievocato recentemente dal film intitolato “Agorà“, è esemplare e dovrebbe svegliare le coscienze, ma non ho letto nella stampa italiana una sola recensione che andasse al nocciolo della questione che Lei mi pone. Il film dimostra, come del resto la stessa storia dell’umanità, che la fede è destinata a trasformarsi in fanatismo e brutalità. Ipazia fu donna colta e desiderosa di aiutare gli altri con la sua sapienza al servizio di nessuna fede ma solo del prossimo, e per questo fatta a pezzi a colpi di sassi, cocci e conchiglie in un’Alessandria d’Egitto, ormai devastata dai Cristiani integralisti, l’8 marzo 415. Fu una battaglia tra scienza e fede  che la filosofa perse per mano di uomini mandati dal vescovo Cirillo, ma divenne prima martire del libero pensiero. Da allora i valori di riferimento non saranno più la filosofia, la matematica, l’astronomia: il Cristianesimo imponeva a tutti l’ignoranza, la penitenza, la liberazione dai peccati. Il sapere sarà maligno, luciferino, inadatto sia agli scienziati che al volgo. Fu proprio allora che nacque l’idea dell’indice dei libri proibiti. E’ significativo il ritardo di due anni rispetto agli altri Stati, con il quale è uscito in Italia il film: ancora oggi la Chiesa cattolica mette al bando libri e intellettuali e, dato che la tecnologia si è evoluta, anche film e programmi televisivi.

D.: Dal cesaropapismo dell’Impero Romano d’Oriente di allora si sono fatti progressi, ora pressoché tutti gli Stati moderni riconoscono il principio di laicità e di non interferenza della religione con la politica.

R.: Da noi, caso particolare perché la città del Vaticano è un’enclave del nostro Stato, vige il Concordato come è stato rivisto nel 1984 per riformare materie (matrimonio, sostentamento del clero, scuola) in modo adeguato alla Costituzione. Ma la visione di Cavour, libera Chiesa in libero Stato, non si è mai pienamente realizzata – e lo dico proprio oggi, 20 settembre, ricorrenza della liberazione dei sudditi romani dallo stato pontificio e della Stessa Chiesa cattolica dal fardello del potere temporale – a causa soprattutto della debolezza della politica italiana, come ancora oggi avvertiamo su argomenti come il testamento biologico, la pillola abortiva e gli anticoncezionali, l’insegnamento religioso nelle scuole, etc. Questo significa che sono trascorsi sì milleseicento anni ma siamo ancora allo stesso punto, perché anche in un’era di comunicazione digitale la fede resta cieca, condiziona le coscienze e si pone come un firewall alla conoscenza e al confronto. Resta difficile ragionare e discutere con chi “crede”. Un’amica giornalista mi risponde sempre “nel dubbio meglio credere, tanto non costa nulla, e poi non credere mi fa paura”. E’ la c.d. scommessa di Pascal. Ma qui non è in gioco solamente l’esistenza e l’inesistenza di Dio, ma ciò che consegue a questo dilemma, vale a dire la più pericolosa invenzione dell’uomo per scongiurare la paura della morte: la religione.

D.: Dunque tra fede e ragione c’è un abisso…

R.: Lo stesso termine fede significa credere senza ragione. Così viene definita in tutti i dizionari: “credenza che non si basa su prova logica o su evidenza”, oppure “credenza in qualcosa di cui non c’è evidenza”. Come possono coesistere fede e ragione? La ragione esige che tu cerchi evidenza e che tu orienti le tue credenze in base a tale evidenza, così come facciamo quando ci fidiamo di un amico perché è stato affidabile in passato, o quando dubitiamo di un pettegolezzo finché non abbiamo controllato i fatti. Il senso dell’educazione universitaria è di imparare a pensare da soli, a criticare le teorie, a confrontare idee e a scoprire la verità mediante la ricerca, l’indagine, l’esperimento. Laddove invece si creda a qualcosa senza ragione o evidenza, allora si diventa vittime di ogni tipo di dogma, arbitrarietà, costrizione o pericolosa idea virulenta che si trovi in giro. Se si resta convinti che sia accettabile basare le proprie convinzioni su ciò che è scritto in un libro antico, o su ciò che qualche insegnante carismatico dice di credere, allora non si avrà alcuna vera libertà di pensiero.

D.: Ma la religione non può essere utile per creare i fondamenti dell’etica e della morale?

R.: La storia dimostra come tutti i nostri sforzi di fondare l’etica sulla concezione religiosa del “dovere morale” siano miseramente falliti. Non appena iniziamo a pensare in modo serio alla felicità e alla sofferenza, scopriamo che le nostre tradizioni religiose non sono più affidabili sulle questioni etiche di quanto lo siano sulle questioni scientifiche. L’antropomorfismo intrinseco in ogni fede non può che risultare incredibilmente ingenuo e improponibile alla luce delle nostre attuali conoscenze scientifiche del mondo naturale. Le verità biologiche non sono compatibili con la presenza di un dio progettista, né tantomeno di un dio benevolo. Lo stesso meccanismo che ha creato le bellezze e le varietà del mondo vivente ha generato anche le atrocità e la morte. La “teodicea” è la branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza del male nel mondo. Ma i credenti sembrano non rendersi conto che nessun Dio degno di questo nome può accettare una tale assurdità. Basterebbe il solo buon senso, unito ad un minimo di pensiero critico, per comprendere che la religione vive nell’ombra, nel mistero, nella credenza popolare, non serve essere eruditi e nemmeno atei. Questo mi sembra di averlo spiegato nello scritto DEUS SIVE NATURA pubblicato sull’ultimo numero di Odissea, sett. - ott. 2010. In verità le religioni hanno fallito in ogni parte del pianeta; bisogna fondare una spiritualità dell’uomo al di fuori da qualsiasi religione. Questo è anche l’ambizioso scopo del mio Centro Culturale Candide.  

(Intervista raccolta il 22 gennaio 2011 e presente sulla rivista ODISSEA)



sabato 23 giugno 2018

Dell’armonia universale e dell’universale giuridico

Carissimi blogger, vi informiamo che il servizio Tiscali Blog verrà chiuso definitivamente in data 30 aprile 2018.”
Questa è la circular email che è arrivata da Tiscali a fine marzo di quest’anno. Così ho fatto il back-up dei miei scritti, che hanno segnato, con Tiscali Blog, gli albori del mio essere (anche) blogger. Ricomincerò a ritroso dal primo scritto per risalire all’attuale presente.
Il mio primo scritto risale al 27 luglio 2003. Ne ripropongo di seguito il testo.


Dell’armonia universale e dell’universale giuridico

L’obiettivo dell’alchimista è di essere “uno” con l’Universo; egli considera che tutto è nato dall’Uno e che quest’Uno si è frazionato: ed è nata la nostra realtà. Se questa realtà risulta dal frazionamento dell’Uno, è dunque possibile ritornare all’Unità partendo da ogni cosa, così come ogni foglia di un albero ci riconduce al tronco. L’alchimia è un mezzo con cui l’uomo può ritrovare il proprio posto e riallacciare il dialogo con la natura, con se stesso e con gli altri. La tendenza verso l’equilibrio, l’unità, in sintonia con l’energia dell’Universo, permette di trasformare la materia del nostro corpo in luce: ci permette di metterci in risonanza con l’Universo così che la nostra pietra filosofale interna possa esprimersi. L’intuizione alchemica di base risiede in una prospettiva cosmologica globale che correla i metalli al cielo e ai pianeti; pertanto ogni trasformazione, al di là delle apparenze, non è di natura caotica e casuale perché favorita dagli influssi intelligenti (energheja) del cielo sulla terra. Pertanto nella tradizione dell’alchimia metallifera piombo, ferro, stagno, rame, mercurio, sono soggetti alla corruzione, mentre due (argento, oro) sono incorruttibili, non soggetti al decadimento fisico prodotto dal tempo. Ma le radici concettuali dell’ALCHIMIA affondano nell’antichissima cultura cinese, secondo la quale la vita si basa sull’alternanza di due princìpi opposti ma complementari: lo YANG, che rappresenta il principio “Cielo – Sole – Maschio” e lo YIN che rappresenta il principio “Terra – Luna -Femmina”. Essi realizzano un’inversione di proprietà attive e passive che viene generalmente simbolizzata da un cerchio in cui una doppia spirale a rotazione inversa genera un polo bianco in un semi-campo nero e viceversa un polo nero nell’altro semi-campo bianco. In questo disegno è anche la rappresentazione del divenire cosmico, del ciclo universale, dell’infinito. L’ipotesi del continuo è stato già un famoso postulato dovuto al grande matematico George Cantor (1845 1918), con la teoria degli insiemi numerabili e delle corrispondenze biunivoche. Prima de L’infinito di Giacomo Leopardi (1798 1837) vi furono alcune riflessioni, non meno poetiche per la loro bellezza logica, sull’infinito potenziale e sull’infinito attuale, a partire dalla matematica greca, tra le quali si ricordano: Zenone e il paradosso di Achille e la tartaruga; Eudosso e il metodo di esaustione per imbrigliare l’infinito; Euclide, l’infinito potenziale e il teorema dell’infinità dei numeri primi; Archimede e l’uso dell’infinito attuale. Dopo Cantor si ha la nascita dell’analisi infinitesimale e del concetto di limite (I. Newton, G. Leibniz e A. Cauchy), e da ultimo delle curve patologiche e dei frattali (Peano, von Koch, Sierpinski). Diceva davvero la verità Giordano Bruno, morto sul rogo di Campo dei Fiori a Roma il 17 febbraio 1600. Dopo 400 anni anche la Chiesa se ne ravvede, scusandosi per le colpe del passato, come sempre fa. Egli fu l’artefice profonde innovazioni soprattutto in campo scientifico, in quella scienza che allora muoveva i primi timidi passi per liberarsi da secoli di immobilismo dogmatico. Nato nel 1548 a Nola, Giordano Bruno entrò presto nell’ordine domenicano dove rimase però solo dieci anni, insofferente alle rigidità ecclesiastiche. Insegnò filosofia ed astronomia a Parigi, Ginevra e Londra, dove incontrò sempre una forte opposizione alle sue teorie. Nel 1591 tornò in Italia, a Venezia dal nobile Giovanni Mocenigo: fu proprio quest’ultimo a denunciarlo, l’anno seguente, all’Inquisizione. Nella città lagunare Giordano Bruno riuscì a contrastare gli Inquisitori, ma trasferitosi a Roma, dopo un secondo processo durato ben sette anni, trovò il suo triste destino. Il più grande merito del filosofo campano è di aver proposto in sostituzione dell’antico modello cosmologico aristotelico un universo infinito dove finito ed infinito stesso, come tutti gli opposti, coincidono. È la “coincidentia oppositorum“: la coincidenza tra Finito ed Infinito, con l’uomo stesso considerato da Giordano Bruno un essere “infinitamente finito“. La nostra innata tensione nei confronti dell’Universo (infinito) non avrebbe un carattere religioso, bensì metafisico, poiché è naturale il desiderio dell’uomo (che è certo essere finito ma ha in sé una parte infinita) di ricongiungersi con l’Infinito Globale, rappresentato dalla Natura. Così Dio, che si identifica nella Natura stessa, si manifesta nell’uomo, e quest’ultimo, finito, trova parte integrante nell’Infinito: ecco la coincidenza degli opposti. Nella Cena delle ceneri il filosofo riduce il modello cosmologico aristotelico fino ad allora in auge ad una semplice ipotesi, e come tale dello stesso valore di altre proposte: nemmeno Niccolò Copernico nel suo De revolutionibus orbium celestium aveva osato tanto, limitandosi a proporre la sua concezione eliocentrica come semplice ipotesi matematica. Giordano Bruno si batté contro la teoria aristotelica del “Motore Immobile che tutto muove“, proponendo una visione dell’Universo dove ogni corpo celeste si muove di una forza propria, che lo spinge verso un suo simile: è l’embrione della teoria meccanicistica dell’Universo che diverrà fondamento della moderna scienza astronomica, esposta nell’opera forse più nota del filosofo, De l’Infinito, Universo e Mondi (vedi all’indirizzo http://digilander.libero.it/bepi/infinito/index.htm). Di qui egli passa alla formulazione dell’infinità stessa dell’Universo e dei mondi che lo abitano, teoria del tutto nuova e profondamente rivoluzionaria. Trent’anni prima di Galileo il filosofo Bruno andava oltre le prossime scoperte astronomiche dello scienziato, intuendo l’esistenza di innumerevoli sistemi solari, nessuno dei quali centrale (superando non solo il modello geocentrico di Tolomeo ma anche quello eliocentrico di Copernico) e credendo ad un panteismo (“tutte le cose sono divine“) che le moderne scoperte della fisica quantistica sono costrette ora a teorizzare (il c.d. campo unificato, l’entità basilare dell’Universo, che dà origine ad ogni manifestazione in natura). Oggi potenti radiotelescopi scandagliano il cielo alla ricerca dei segnali di civiltà extraterrestri: quattro secoli fa pensare che l’uomo non fosse l’unico abitante del cosmo non dovette essere in effetti impresa facile.
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Di questa tendenza all’UNITà è anche espressione il diritto. Le varie regole giuridiche rinvenibili presso i popoli, in dipendenza delle loro condizioni di vita, politiche, culturali, religiose, del territorio, del clima e dell’epoca storica vissuta, appartengono sempre alla stessa categoria logica: la nozione di giuridicità e l’idea di giustizia alla quale la prima è improntata. Tale nozione trascende il diritto positivo, le disposizioni di legge e i precetti, anche di costume e consuetudinarie, di un qualsiasi organismo sociale, in quanto è un principio necessario, una forma logica insita nel nostro intelletto umano. Non mi risulta possibile negare la necessità del concetto di diritto naturale quale parametro di riferimento degli ordinamenti giudici validi e giusti in relazione alla nostra esperienza morale: è esigenza fondamentale della coscienza umana concepire l’idea di giustizia come assoluta. Senza norme immutabili, che derivano dalla morale della convivenza umana, il sistema giuridico diventerebbe arbitrio della volontà di un qualsiasi legislatore, e non espressione di giustizia, come avvertiva Cicerone (106 a. C. – 43 a.C., http://www.filosofico.net/ciceroleggi1.htm) nel De legibus. Emerge la necessità di recuperare, anche nel nostro tempo, ed anzi oggi più che mai per le pericolose manifestazioni di relativismo etico, il valore e il significato dell’UNIVERSALE GIURIDICO, che è stato e sarà sempre alla base dell’umana convivenza e fondamento della democrazia. L’universale giuridico non vive in un mondo immutabile, come credevano gli antichi giusnaturalisti, e nemmeno nella sfera delle idee platoniche o dei numeni kantiani: è creato dal pensiero e dalla mente umana che nulla presuppone prima di sé o al di sopra di sé, e solo in questo senso può considerarsi come valore immanente, che non si esaurisce in alcun momento della sua attuazione concreta. La ricerca dell’Uno, dell’Assoluto, dell’Eterno è oggetto non solo della filosofia in genere, ma anche, in particolare, della filosofia del diritto, che cerca di definire l’universale giuridico, di cogliere l’essenza della giuridicità al di là dei vari sistemi giuridici e dei momenti storici. Secondo G. Del Vecchio (http://fildirg100.giu.uniroma1.it/RIFD.htm), la giuridicità consiste in quella determinazione bilaterale per la quale alla facoltà di un soggetto corrisponde l’obbligazione di un altro: risulta quindi essere una categoria logica che ha il carattere dell’universalità, che comprende l’esperienza giuridica contingente ma non si esaurisce in essa, contenendo potenzialmente il diritto di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo. De Ruggiero dà una definizione del diritto come norma delle azioni umane nella vita sociale, stabilita da un’organizzazione sovrana ed imposta coattivamente all’osservanza di tutti (G. De Ruggiero – F. Canfora, Breve storia della filosofia, 1967, Laterza ed.). Ma una tale definizione non sarebbe possibile se in noi non esistesse, prima dell’esperienza sensibile, una nozione universale del diritto che ci renda conoscibile il diritto fenomenico, se non esistesse cioè nella nostra mente un dato di riferimento assoluto, vale a dire quella categoria logica sopra richiamata. L’universale giuridico è il comune genere delle due specie: diritto naturale e diritto positivo; è una forza universale di cui il diritto naturale e quello positivo sono manifestazione. A riprova basti pensare che i diversi sistemi giuridici cadono, ma l’idea di giustizia che anima gli uomini e le rivoluzioni sopravvive. Il processo di sostituzione del diritto naturale, che avverrà gradualmente tramite evoluzione o celermente tramite rivoluzione, al diritto positivo risponde a un’esigenza naturale che si regge sull’unità dello spirito umano. Quando, secondo le parole di G.B.Vico (http://it.wikipedia.org/wiki/Giambattista_Vico), i semi eterni del giusto, sepolti nel genere umano, avranno germogliato e completato il loro frutto, allora la persona umana a avrà conseguito il più elevato e pieno riconoscimento. Non sarà più un’utopia pensare ad una societas umani generis basata su un coordinamento giuridico, grazie anche a Internet e all’evoluzione della c.d. società dell’informazione, di regole giuridiche valide per tutta l’umanità.


lunedì 18 giugno 2018

Il vero capitale sono le nostre idee! Nota sul crowdfunding


     
     Si sta realizzando, grazie all’Intelligenza Artificiale e all’Internet delle Cose, quella grande rivoluzione umana, economica e culturale intesa a valorizzare il sapere e le proprie competenze più che il denaro che possediamo. Il crowdfunding è uno degli strumenti di questa grande trasformazione economica e sociale in atto nel mondo.  

     Oggi, in un'epoca di grandi cambiamenti, è il sapere che fa la differenza, più che il denaro. Il denaro viene da sè, come conseguenza naturale e meritocratica. Si recupera così, con la raccolta di fondi che parte dalla cittadinanza per premiare le idee innovative, il senso etico del denaro come mezzo e non come fine. Lo strumento di questa "raccolta fondi 2.0" è un’opportunità vincente per l’intero sistema delle imprese (rivisto in un'ottica di sostenibilità economica e non di solo profitto individuale), anche oltre le start-up innovative [1].

     L’iniziativa di Cam.TV, alla quale ho aderito come socio founder [2], con la più grande campagna di crowdfunding finora avuta in Italia, dimostra che il nostro Paese può primeggiare se consideriamo il capitale umano unico di cui dispone: è per questo che bisogna investire in formazione. Gli aderenti e cofondatori sono i pionieri della quarta rivoluzione industriale (richiamo in proposito il mio articolo).

     Il crowdfunding supera l’intermediazione dell’industria tradizionale per creare un contatto diretto tra chi crea e il pubblico di riferimento: permettendo a chiunque abbia un'idea originale e innovativa di svilupparla tramite una raccolta fondi tramite il Web (colletta 2.0), incentiva la crescita e l'occupazione, l'imprenditoria e la ricerca.

     Ora tutti possiamo avere l’opportunità di realizzare le nostre idee innovative, un progetto, un obiettivo importante, un sogno mai realizzato. Ma come sfruttare al meglio questa grande opportunità? L'argomento è stato affrontato tre anni fa in convegno di AGAM che vorrei ora ricordare, precisamente in data 20 maggio 2015, in collaborazione con AIGA Associazione Italiana Giovani Avvocati e con AIEC Associazione Italiana Equity Crowdfunding.

     Il titolo del convegno era "L’Equity Crowdfunding nel panorama normativo italiano con particolare focus sul Regolamento CONSOB", presso la Palazzina A.N.M.I.G. di via Carlo Freguglia 14 a Milano, ma venivano spiegate anche le tra il sistema italiano ed il sistema d'oltralpe con particolare riferimento a quello anglosassone.

     Il sottoscritto non poteva mancare, perché promuovere la cultura e la corretta informazione sull'uso pubblico e privato del denaro denaro è stato tra i principali obiettivi della proprio Centro Culturale Candìde intitolato al trinomio Creatività, Condivisione, Conoscenza, promuovendo interviste e articoli sul (mito del) neoliberismo e sulle sue catastrofiche conseguenze ("capitalesimo": il nuovo feudalesimo dell'economia mondiale) per i più, nata in una prospettiva di Intelligenza Collettiva e condivisa, di cui il crowdfunding rappresenta adesso l'aspetto economico e pragmatico.

     Voglio dire che fondamentale è la Condivisione della Conoscenza e della Creatività per realizzare progetti sostenibili e condivisi, quindi per raccogliere i finanziamenti necessari. Il vero capitale sono le nostre idee e il crowdfunding può convogliare l'Intelligenza Collettiva del mondo, favorendo la connotazione umana, democratica, partecipativa in ogni campo, per eliminare le diseguaglianze e realizzare la libertà di espressione.

     Solo informando e spiegando a tutti questo formidabile strumento di cooperazione e solidarietà sociale ci saranno più progetti da sviluppare in modo sostenibile, con conseguenti benefici per tutti, per chi propone e per chi finanzia, con ricadute positive in termini di crescita, sviluppo, occupazione anche per la nostra amata Italia.

avv. Giovanni Bonomo - Candìde C.C.




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[1] Nella videonota sui requisiti di un'impresa start-up innovativa e sulle relative agevolazioni fiscali (https://www.youtube.com/watch?v=ZMoPo4fKt44) richiamo anche la circolare n. 3677/C2015 del Ministero dello Sviluppo Economico sugli adempimenti delle start-up innovative a vocazione sociale, quelle cioè che operano nei settori individuati dal D. Lgs. 155/2006 sulla disciplina dell'impresa sociale. La stessa circolare del Ministero chiarisce alcuni aspetti relativi all'oggetto sociale di una start-up innovativa, che può essere anche di "civic crowdfunding", cioè di "finanziamento partecipato", da parte di gruppi di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed enti meritevoli e dediti alla società civile. Si tratta di uno dei primi riconoscimenti normativi e istituzionali, nel nostro Paese, del crowdfunding.