mercoledì 26 dicembre 2018

Perché il Natale è una festa anche per me


E’ sotto gli occhi di tutti, abbagliati da luci, suoni diffusi da un anticipato e ripetitivo stucchevole lancio pubblicitario e mercantile, l'ossessivo consumismo dilagante che svilisce e offende la sacralità del Natale e il sentimento religioso del popolo cristiano. Eppure che cosa colpisce alcuni credenti devoti e, all’opposto, alcuni atei incalliti e “coerenti”? Li colpisce me, il sottoscritto, li colpisce il fatto che io, da ateo, festeggio il Natale in modo incoerente, per aver loro notato alcuni miei post festosi e partecipi…

Ah, non ci avevo pensato… che invece di scrivere come sempre faccio articoli e post sulla vera storia del Cristianesimo e sull’inganno bimillenario - cosa che molti “atei” non hanno il coraggio di fare - dovrei starmene isolato durante tale ricorrenza. Una ricorrenza cristiana che, una volta tanto, per tradizione unisce chi è diviso, sia per distanza, sia per divergenze ideologiche.

Da bambino ero felice di rivedere e riunirmi ai parenti distanti di Sondrio, sia pure per un solo incontro annuale. Questa riunione familiare si è protratta fino quando la nonna Dina venne a mancare. O meglio, tale abitudine annuale, pur timidamente ripresa dalla zia Marisa in Brescia, a un certo punto è svanita nel nulla. E oggi non li vedo più i miei parenti sondriesi, con i loro figli che ora sarebbero miei nipoti. No, non li vedo più, o per loro ripicca verso il mio impegno civile di promotore culturale anticlericale o per non essere un allineato che ha formato come loro famiglia o per mia colpa da involontaria incuranza per non aver coltivato i rapporti. Da più anni ormai il Natale lo passo da solo, con la mia sapiente madre, di cultura immensa, come sa chi la conosce, e già per questo come me atea, sapendo lei meglio di me la storia di tutte le religioni con il loro culto del sole.

Invece il Natale – che sia festa inventata e copiata dal Sol Invictus non importa – resta per me, e pure per mia mamma, un’occasione festosa come un’altra, perché nonostante tutto resto una persona socievole, perché da altre cose si desume e si misura l’impegno e il modo di vivere da libero pensatore e di scrittore impegnato… anche contro le superstizioni. Perché il Natale è ancora un barlume di vicinanza a qualche sopravvissuto zio Mario che partecipa a qualche mio evento culturale a Milano, perché il Natale è il controcanto da me accettato, anche solo per un giorno, alla mia scelta di essere singolo e della quale sono orgoglioso e per la quale più volte mi autocongratulo dopo aver visto, come avvocato familiarista, molte famiglie separate e distrutte. Perché il Natale arriva una sola volta l’anno, con le sue luci festose, perché mi piace vedere la gioia dei bambini che forse in futuro si ricrederanno ma che ora sono felici, perché mi piace vedere gli anziani che non sono più soli, almeno una volta l’anno, venendo soccorsi con sollecitudine da qualche carabiniere, perché vedo, nel Natale, un barlume di amor patrio e di rispetto per le tradizioni a fronte dell’invasione di “culture” che non hanno il minimo  rispetto delle persona e dei diritti umani.

Perciò abbiate pazienza, cari amici credenti praticanti e cari amici atei incalliti, avvezzi anche da me alla polemica crudele, abbiate pazienza… e pensate se mai a essere un po’ più impegnati in cose serie e utili alla società civile, come faccio da anni con il mio Centro Culturale Candide. Il Natale è la festa che unisce le generazioni, i sessi, le famiglie, i cugini, le zie, le quattro età della vita: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. E soprattutto gli opposti estremi, i bambini e i vecchi. Nonostante la retorica umanitaria che vorrebbe fare del presepe una specie di congresso dell’Onu sui migranti, Natale è la festa del Nostrano, non dell’Estraneo, ma del Consanguineo, della Prossimità. In una parola della famiglia di sempre che io difendo da sempre come difendo la nostra nazione e i suoi patri confini. Mi sono spiegato? Pace e bene a tutti quanti.

Rapallo, 26 dicembre 2018              Giovanni Bonomo – Candide C.C.   



P.S. Non ho accennato alla mia ricorrente festa di Bacco Natale (www.bacconatale.it) che fa da controcanto, inneggiano al dio Dioniso, all'offensivo, per i "veri cristiani", consumismo dei regali ad ogni costo, perché superfluo rispetto al cuore della questione alla quale ho dato risposta.



lunedì 26 novembre 2018

Internet come sistema operativo sociale mondiale


Siamo solo agli inizi di un sistema destinato a cambiare radicalmente il modo di comunicare, di lavorare e di guadagnare. Internet è già un sistema operativo sociale mondiale. Ogni intervento legislativo deve seguire il rapido evolversi della tecnologia.

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Internet è il fenomeno globale più straordinario di questa epoca, perché interessa ogni attività e aspetto economico e sociale. Ha cambiato radicalmente anche il modo di fare pubblicità e di realizzare profitti, permettendo pure alle PMI e a singoli professionisti di avere una grande visibilità moltiplicando strategie e tecniche di comunicazione, creando nuove forme di investimento e nuovi metodi di lavoro. Il crescente fenomeno dell'Internet Marketing ora anche in Italia, con la creazione di rendite online e consistenti guadagni, è un importante segnale di un cambiamento in atto che interessa tutti.
Tuttavia Internet viene considerata ancora il mezzo anarchico per eccellenza di espressione del pensiero, il mass medium di portata mondiale: pare allora impossibile assoggettarlo al diritto senza offenderne la natura. Governata dalla tecnologia “la Rete” produce, in verità, regole che si impongono a tutti, prescindendo dal luogo fisico ove si trova l’agente e dal diritto nazionale che, in astratto, dovrebbe applicarsi. Un nuovo diritto tecnologico prende sempre più consistenza e le decisioni del giurista dipendono sempre più dalla tecnologia informatica. Il fortunato libro del giurista americano Lawrence Lessig, dal titolo “Code is the law”, ci dice che il codice binario, il codice sorgente, la matrix, prevale, nel fenomeno Internet, sul tradizionale concetto di codice come insieme coordinato di norme di legge.
Però bisogna chiedersi come sia possibile, quando centinaia di milioni di persone trascorrono una parte significativa, se non prevalente, della loro vita sulla Rete - creandosi rapporti, gruppi, dinamiche sociali, rendite -, lasciare senza regolamentazione legislativa il fenomeno: ubi societas ibi jus. E’ facile avvedersi che ciò implica un complesso di norme che attraversano il diritto costituzionale, pubblico, amministrativo, internazionale, comunitario, commerciale, civile, industriale e pure penale[1].
Il giurista si trova così costretto ad adattarle a nuove fattispecie derivanti dalla tecnologia informatica, ad apprendere nuovi nomi, nuovi concetti, avendo a che fare con continui sviluppi tecnologici.
Le conseguenze della diffusione di Internet e delle nuove tecnologie di comunicazione sono, nell’ambiente giuridico, evidenti e caratterizzate da profili di grande novità: 

1. una disarticolazione del sistema delle fonti, già iniziata con la crisi del concetto di Stato nazionale come unico soggetto legittimato a produrre norme all’interno dello spazio territoriale dei propri confini;

2. una circolazione di modelli giuridici uniformi, tali da appiattire perfino le differenze tra civil law e common law

3. la creazione di nuovi beni e servizi, prima non concepiti perché del tutto privi del requisito della fisicità: i motori di ricerca, le banche dati on-line, i nomi a dominio, i siti web, lo spazio telematico disponibile per la memorizzazione di dati, fino ai diritti televisivi su piattaforma digitale. 

4. nuove forme di responsabilità civile, che non riguardano unicamente lesioni di diritti su beni tradizionali, ma contemplano anche condotte non riproducibili nella realtà materiale. Sorgono così fattispecie illecite tipiche della Rete che non possono trovare dimora in ambiti diversi. Si pensi, ad esempio, alla contraffazione di nomi a dominio, o al caso dell’accesso non autorizzato alle banche dati, o alla controversa responsabilità del provider per attività illecite compiute da terzi nello spazio telematico.
In questo groviglio di vecchie norme che si devono adattare ai nuovi fenomeni, e pure di nuove norme che devono rincorrere i fenomeni tecnologici in continua mutazione, il faro, la bussola che deve guidare il giurista, è rappresentato dai valori costituzionali, soprattutto quelli che incidono sui diritti primari della persona. E tra essi, data la specificità del fenomeno, assume un ruolo di maggiore rilevanza quello relativo al diritto di accesso alle informazioni, oltre al diritto di poter liberamente comunicare.
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Il cyberspazio si presenta come l'ambiente privilegiato per le condivisioni del sapere che Pierre Levy, uno dei maggiori studiosi del fenomeno Internet, riassume nella definizione di “Intelligenza Collettiva”. E’ un nuovo ambiente che ha come tendenza fondamentale di interfacciare tutti i  dispositivi di creazione, registrazione, comunicazione e simulazione dell'informazione, la quale viene poi scambiata attraverso nuove modalità comunicative e interattive - la posta elettronica,  l'accesso a distanza e il trasferimento di file, i newsgroup e i groupware - mettendo in collegamento gli utenti della Rete e permettendo loro di condividere  le illimitate risorse presenti al suo interno.
Internet è in definitiva il nuovo palcoscenico del mondo, sul quale vengono ormai messe in scena produzioni culturali di ogni tipo immaginabile. Questo perché la tecnologia digitale ha svincolato i prodotti di informazione e di intrattenimento dai mezzi specifici per renderli universali, cioè adattabili a  qualunque piattaforma: telefonia, televisione, radiofonia possono essere sostituiti da un’unica forma di trasmissione, senza specificazioni preventive del medium che veicola i contenuti. E’ il principio di neutralità tecnologica, riconosciuto e sancito anche dal nostro ordinamento.
Strettamente correlata alla rivoluzione digitale, alla convergenza dei media nei settori dell'entertainment, delle telecomunicazioni e dell’industria tecnologica, è il processo che Robert Fiedler chiama “mediamorfosi”: i nuovi media emergono dalla metamorfosi di mezzi più vecchi, i quali tendono ad adattarsi e a continuare ad evolversi. Ne è un esempio la trasformazione dell’emittenza televisiva in servizio di media audiovisivi.
Le nuove tecnologie hanno portato profondi cambiamenti nel modo di diffondere e di fruire le opere dell'ingegno. La tecnologia digitale tende ad unificare i media aprendo nuovi mercati e nuove prospettive di guadagno. Si sta andando addirittura verso l’integrazione di tutti i messaggi di qualsiasi genere in un unico mezzo, talmente esauriente, diversificato e malleabile da assorbire nel medesimo testo multimediale l’intera esperienza umana passata, presente e futura.
L'opera dell'ingegno ormai "dematerializzata", con la progressiva sparizione del corpus mechanicum, che era il vero mezzo di comunicazione e diffusione e l'oggetto della protezione del diritto d’autore, produce fenomeni di riduzione di complessità, che si concreta nella eliminazione di intermediazioni nei processi di produzione mediatica di contenuti.
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Parallelamente a questi mutamenti, l'attenzione e l'interesse degli attori coinvolti nel sistema si spostano dalla ricerca di possesso materiale dei beni di consumo e dei mezzi di comunicazione, alla ricerca di accesso ai canali di comunicazione.
In questo senso Internet, inteso come arena di interazione tra una pluralità di soggetti, e con la sua duplice natura sia di sistema tecnologico e mediatico sia di ambiente ospitante contenuti multimediali di intrattenimento, si pone come strumento principe per la distribuzione e la condivisione potenzialmente paritaria di contenuti e di accessi. Nel digital marketing, ad esempio, si parla adesso di condividere anziché vendere.
Nella nostra analisi, e in comparazione agli altri media tradizionali, il fenomeno più interessante di Internet resta, come caratteristica presente fin dalla sua nascita, la più elevata propensione del mezzo alla parità di accesso. Capirne il funzionamento significa anche mettere a fuoco la struttura dei mercati e dei sottomercati nonché la dinamica competitiva con gli altri mezzi di comunicazione.
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La Rete è un’arena virtuale capace di offrire visibilità a chiunque, di cui possiamo analizzare, anche su base statistica, i comportamenti. L’accaparramento dei dati personalial fine di avere profili più dettagliati possibili di potenziali consumatori è un vero businessI grandi portali e il loro annesso motore di ricerca restano la principale via d’ingresso al World Wide Web, sia per i neofiti che per gli esperti. L'esperienza di questi anni ci porta a constatare che a una più elevata disponibilità di tecnologia si accompagna un indebolimento dei diritti alla privacy.
Nel senso che maggiore è la capacità comunicativa degli strumenti tecnologici di cui disponiamo, maggiore sarà il rischio che informazioni personali si disperdano senza il controllo del legittimo interessato. E' questo che accade soprattutto in Internet, dove gli attentati alla riservatezza dei navigatori sono all'ordine del giorno e dove è impossibile transitare «senza lasciare tracce».
Come afferma un autorevole documento firmato dalle Autorità Garanti per la privacy europee, esiste il concreto rischio di perdere il controllo dell'utilizzo dei propri dati una volta pubblicati in Rete. Le informazioni personali di ogni singolo utente vengono a conoscenza non solo degli altri soggetti appartenenti alla c.d. cerchia di amici, ma anche dell’intera comunità degli abbonati a un dato servizio.
Anche qui bisogna evitare l’errore di mantenere in vigore leggi arretrate rispetto all’evoluzione tecnologica. Occorrerebbe un intervento legislativo tenendo conto del rapido evolversi della tecnologia: la tecnica legislativa della sunset law, cioè delle norme a scadenza predeterminata, permetterebbe di rivedere periodicamente quelle norme che non si adattano più alle nuove situazioni.
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Si parla di “cittadinanza digitale” a proposito di come l’individuo si relaziona con i pubblici poteri ed esercita i suoi diritti di cittadinanza, oltre che di “identità digitale”, che si esprime nei social networkscon il fenomeno della moltiplicazione delle identità virtuali e dell’appartenenza a “gruppi” di condivisione di interessi comuni. Questo fenomeno è molto diffuso nell'Internet Marketing quando viene operato tramite i social network.
La magistratura, dovendo operare su fronti nuovi e in assenza di certezze normative, diventa a volte così “creativa” da sostituirsi di fatto al legislatore, emettendo pronunce discutibili e potenzialmente lesive delle nuove libertà verso le quali la Rete sembra condurci. Siamo di fronte insomma a un mutamento mondiale e strutturale altamente significativo, specie se collocato in un contesto storico-evolutivo.
La fine di ogni secolo negli ultimi tre secoli ha coinciso con una grande rivoluzione. La fine del Settecento ha coinciso con la rivoluzione del messaggio: la parola si è democratizzata (si pensi alla rivoluzione francese e alla dichiarazione di indipendenza americana). La fine dell'Ottocento è stata la rivoluzione del mezzo: è nata la radio, è nato il cinema, sono stati fatti i primi esperimenti fondamentali della televisione. La fine del Novecento e l'inizio del nuovo millennio vedono la rivoluzione dell'integrazione tra mezzo e messaggio: tutti i mezzi e i contenuti mediatici in forma sonora, iconica, audiovisiva, diffusi da differenti dispositivi (computer, telefoni, televisori, etc.) concorrono a comporre un unico grande insieme di multimedialità che segna un passo significativo nell'evoluzione della comunicazione e una implementazione delle sue tecniche a beneficio delle interrelazioni e quindi dei processi spontanei della stessa società.
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La Rete è diventata ormai l’ambiente idoneo a coniugare le immaginazioni e le intelligenze, mettendole al servizio dello sviluppo e dell'emancipazione del genere umano. Internet è destinato a diventare, ma in parte lo è già, una nuova istituzione, un sistema operativo sociale mondiale.
Milano, 25 novembre 2018                            Avv. Giovanni Bonomo

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[1] Nel mio articolo in Diritto 24 auspico una regolamentazione di internet come medium istituzionale universale ad accesso tendenzialmente wireless.



mercoledì 31 ottobre 2018

Un pianoforte Petrof in salotto mi parla con le sue silenziose vibrazioni


Ritrovandomi in salotto il pianoforte a mezza coda Petrof lasciatomi in comodato dall’amico tenore e pianista Giovanni Ribichesu, coamministratore dell’associazione Canto e Incanto e del gruppo omonimo in Facebook, vengo stimolato, oltre che a suonare e a rimettermi a studiare, alle seguenti riflessioni. Anche perché dal pianoforte mi arrivano le (ora silenziose) vibrazioni di tutte i concerti e di tutte le mani di pianisti anche famosi che ne hanno mirabilmente toccato la tastiera.

Agli antichi filosofi e pure agli antichi giuristi non era sfuggito il legame profondo tra l’elemento politico-normativo nelle arti e la dimensione estetica nel diritto. Già quando l’amico si esercitava in arie pucciniane e in brani classici tra i quali l’immancabile J.S. Bach, invadendo la mia casa delle sue armonie perfette costruite su regole altrettanto perfette, la mia mente divagava a ricordare la lunga storia di contiguità tra musica e diritto, fatta di identità culturali profonde, come testimoniano gli inni nazionali, e pure funzioni convergenti, come nel rito antico del processo con la prassi, rimasta come modo di dire, di “cantare” le proprie ragioni. Quanti volte sentiamo infatti, con riferimento all’aver fatto valere le proprie ragioni nel corso di una discussione, l’affermazione “gliele ho cantate”, a testimonianza dei tempi in cui le leggi, nelle liti processuali, venivano esposte in canto.

La “norma” del diritto, che fonda il nostro diritto posto dalle leggi, ha il proprio etimo in nomos (nόμος), termine che la cultura greca attribuiva – come ci ricorda Platone – oltre che alla legge anche al canto nel suo significato di regole armoniche.  

Certamente il diritto è, come la musica, un’arte, l’ars boni et aequi, come troviamo scritto nell’incipit del Digesto giustinianeo. E non è un caso che coloro che operano nel campo del diritto non di rado pratichino anche la musica e/o il canto. Oserei concludere che il vivere armonico tra gli uomini sarebbe possibile se le buone regole fossero osservate insieme ai buoni costumi civili, i boni mores, in un’equilibrata e armonica fusione tra morale e diritto, che dovrebbe ispirare la saggezza del legislatore.

Avv. Giovanni Bonomo- Candide C.C.,  31.10.2018




P.S. Ringrazio la collega di Milano avv. Lorena Manna per avermi ispirato queste riflessioni con il suo ricco e elaborato articolo, sulla rivista 1/2018 del Consiglio dell'OdA di cui è direttrice, “Musica, diritto e harmonia mundi. Noterelle a margine del concerto per l’inaugurazione dell’anno giudiziario” che ho letteralmente rapinato e al quale rinvio per ogni approfondimento sui rapporti tra musica e diritto.





lunedì 24 settembre 2018

L'amore per il sapere e l'impegno di Candìde


      Cari amici, mi rendo sempre più conto che tra il credere e il pensare c’è di mezzo il… mare! Anzi l’oceano, l’universo, una distanza infinita insomma. Il dialogo che talvolta capita di avere con qualche credente inizia sempre con momenti di comicità per poi trascendere in battibecchi che offendono la ragione e il buon senso. Ma si sa che con i credenti (e non dico “religiosi”, perché vorrei recuperare il termine autentico e buono della religiosità, che sottende un impegno intellettuale e di ricerca che pochissimi hanno nel nostro Paese) ogni serio rapporto dialogico è impossibile: è un muro contro muro.

      O si pensa o si crede, come già ben disse Schopenhauer. Ma il Papa, non quello attuale, una volta disse, per falsare le carte: “il credere non si oppone al pensare, al nostro impegno intellettuale, ma anzi lo esige, lo presuppone, lo fa natura…”. Tale frase è un classico di quella dialettica dell’assurdo che impregna tutte le religioni, di quell’assurdo che parte dalla contraddizione del pensare verso qualcosa che è indimostrabile ma deve esistere perché esiste come atto di fede. Come si può discutere allora con chi crede? Il pensare è all’opposto la libertà di cercare, di contraddirsi, di ricredersi sulle proprie credenze, e questo ci fa crescere, evolvere, allargare, elevare la nostra visione del mondo senza la paura (e la conseguente invenzione di un Padre rassicurante) di ciò che è ancora ignoto: perché la scienza va avanti!  

      Candìde, il nome del mio salotto, è dedicato ad un filosofo, Voltaire. La Creatività, la Condivisione e la Conoscenza riguardano la filosofia, non la religione. Una persona può essere credente ed esercitare nel contempo la filosofia, ma la filosofia in quanto tale non è religiosa, non può esserlo: se c’è qualcosa di cui la filosofia è mortalmente nemica essa è la religione. Il filosofo è un irregolare, è un viaggiatore, uno spirito libero che cerca la verità tra mille verità, che non potrà mai far discendere la sua ricerca da una struttura monolitica o da una verità assoluta. La figura diametralmente opposta al filosofo è quella dell’uomo di chiesa, che è la più lontana dalla sincerità: egli parla infatti in nome dell’ineffabile e offre come ultimi argomenti la sottomissione al mistero e alla fede. Una sottomissione dovuta ad un venerabile passato o ad una rivelazione, ma che l’uomo libero, prima ancora che il filosofo, non può accettare.

      Concludo dicendo che, al di là della critica storica e dell’esegesi biblica che hanno ridotto a brandelli le fonti stesse della credenza in Cristo, personaggio costruito sul culto del sole e sul mito degli dei redendori dell’antichità: Horus, Mitra, Krishna, Buddha, Zoroastro, Osiris, Serapis, Mardouk, etc., dobbiamo renderci conto che la scienza, a differenza delle religione, non impone nulla, nemmeno il bene, perché lo fa conoscere attraverso lo splendore del vero, e lo fa amare propagandolo con la persuasione, illuminando le intelligenze, nobilitando i cuori. Per questo il mio Centro Culturale Candide si propone, oltre alla diffusone del pensiero critico, anche la rifondazione di una spiritualità dell’uomo al di là di ogni religione. Il logo del C.C.C. raffigura un fior di loto stilizzato che richiama la struttura atomica semplificata secondo il modello dello scienziato Niels Bohr, con la peculiarità che il nucleo-pistillo è a forma di cuore e si eleva al di sopra delle orbite degli elettroni, a significare la crescita spirituale dell’uomo e l’amore per il sapere.

Giovanni Bonomo – Candide C.C.






giovedì 20 settembre 2018

Nell’era dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario

Le menzogne della Chiesa cattolica diventano note solo dal 1400 (il filosofo Lorenzo Valla dimostrò la falsità della "donazione di Costantino" - il testo fu pubblicato solo nel 1517 - e all’interno della stessa chiesa il cardinale filosofo Niccolò Cusano denunciò le menzogne della chiesa usurpatrice)[1], anche se la principale e più grande menzogna, su cui si regge tutta l’impalcatura della dottrina cattolica, è il personaggio inventato di Gesù Cristo, reso Dio per votazione dall’imperatore Costantino (Concilio di Nicea, anno 325), il quale con il suo consigliere Eusebio fece in quell’assemblea di presbiteri convocati da più parti, un assortimento di divinità varie orientali e occidentali[2], per non scontentare nessuno di quei “dotti” e porre anche termine alle guerre tra le varie sette religiose.

L’intento di Costantino era di unire tutte le religioni in un sistema di fede unificato che contemplasse un solo dio, al fine di fondare la nuova religione dell’Impero. Così un enorme assortimento di testi venne messo a disposizione al fine di tenere ciò che serviva e buttar via ciò che non serviva, ma dopo un anno e mezzo di disordinate e urlanti votazioni i presbiteri non si accordarono su alcuna divinità. Eusebio allora, che nel coacervo dei vescovi, preti, diaconi, suddiaconi e accoliti vari, era l’unico ad avere una qualche cultura, fece una prima scrematura amalgamando le leggende delle principali dottrine religiose del mondo per ricavarne una sola, basandosi sui miti di dèi tratti dai vari manoscritti lì accumulati (si tratta delle prime bozze di ciò che divennero le “Nuove Testimonianze”). Avvenne quindi che, dalle votazioni, scaturì la candidatura di cinque divinità: Horus, Zeus, Cesare, Mitra e Krishna. Per coinvolgere la fazione britannica Costantino decise che il nome del diffuso dio druidico Hesus fosse congiunto con quello del dio salvifico degli orientali Krishna, in modo che Hesus Krishna fosse il nome ufficiale del nuovo dio dell’Impero romano. Con una conclusiva votazione per alzata di mano venne stabilito (167 voti contro 157) che entrambe le divinità divenissero un unico Dio. Con questo avallo di consenso democratico per votazione, un nuovo Dio venne ufficialmente ratificato da Costantino, piazzando legalmente Hesus e Krishna tra gli dèi romani, ma come divinità principale, individuale seppur composita. Fu nel secolo IX, con l’entrata nel lessico della lettera “J”, che il nome evolse in “Jesus Christi”. Da notare che Costantino, che fu poi fatto santo, non fu mai cristiano, e solo in punto di morte si fece battezzare con il rito di Ario, quello stesso che fece condannare, per ragioni di opportunità e per tenere unito l’Impero. E la brutalità e la violenza che caratterizzò quel travagliato congresso di “dotti” presbiteri vennero poi occultate sotto il luminoso titolo di “Grande e Santo Sinodo”, assegnato dalla Chiesa nel 18° secolo[3].
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Ma per venire a capo di questa verità storica e della colossale menzogna di 2000 anni c’è voluto un convegno del 18-19 ottobre 2008 ad Arpiola di Mulazzo sulle Origini del Cristianesimo, con la presenza dei tre massimi esperti mondiali di cristologia: Luigi Cascioli, Giancarlo Tranfo, Emilio Salsi. In esito a tale convegno si prese atto – ma solo dalla stampa estera meno asservita alle gerarchie cattoliche – che la storia stabilisce senza più alcuna ombra di dubbio che gli Apostoli e Gesù Cristo sono personaggi di fantasia e mai esistiti. E questo nonostante fossero stati da tempo pubblicati  gli studi approfonditi di Emilio Bossi[4] e di Luigi Cascioli[5]. Si noti anche il paradosso della “confessione dello stesso reo”, perché proprio all’interno della Chiesa cattolica ci sono stati vari papi che lo dicevano, tra i quali Papa Leone X, il quale si rivolse al Cardinale Bembo con la clamorosa frase: “Si sa dai tempi remoti quanto ci sia stata utile la favola di Gesù Cristo…[6].

Se la Chiesa cattolica ancora oggi riesce ad avere credibilità nonostante queste menzogne storicamente accertate, è solo per un difetto costitutivo genetico umano che ha bisogno delle favole e delle illusioni (paura della morte?). E non è solo un disagio italiano, come invece sostiene Corrado Augias nel suo ultimo libro “Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone”, Rizzoli ed. Si veda infatti quanti cattolici vi sono nel mondo. Fino al 1800 la Chiesa impiccava, bruciava e perseguitava; a distanza di circa 200 anni vediamo che la consapevolezza umana è cresciuta e la Chiesa non ha più abbastanza forza da imporre la sua violenza "per il bene della vittima". Non è dunque questione di "se", ma di "quando" questa consapevolezza crescerà oltre il punto di non ritorno, dove non sarà più concesso ad una menzogna di incatenare la mente. Se a noi, come al loro mitico Mosè, liberi pensatori di questa generazione, non fosse ancora concesso di vedere la "terra promessa" -  la fine della Chiesa cattolica -  non dobbiamo per questo rinunciare a denunciare le sue nefaste ingerenze nella politica e nelle istituzioni[7].

La conquista di civiltà che distruggerà la Chiesa cattolica e ogni altra superstizione religiosa nemica della civiltà e del progresso è in atto. E' solo una questione di tempo. Si stanno già organizzando movimenti per l’abolizione degli illegittimi, secondo ogni principio di diritto internazionale, Patti Lateranensi del 1929. Anche il fatto di sbattezzarsi è un atto politico molto importante: è dare il proprio contributo reale ed efficace a questa rivoluzione culturale che sta nascendo. Credere senza dimostrazione o senza analisi è proprio dei bambini, o degli adulti cretini o dei lavati mentali. In Italia abbiamo ancora milioni e milioni di cattolici che credono! Ma se non hanno letto le Sacre Scritture (circa 1150 pagine giganti scritte in caratteri piccolissimi) a che cosa credono? Al catechismo e ai “vangelini” per bambini che si danno alla prima comunione, contraffazione della contraffazione? Non ci sarebbe niente di male nel non conoscere la storia se non ci fosse molto di male nel dire, da parte degli ignoranti, di sapere che così è ed è stato. Perché è l’ignoranza che rende sicuri. E la fede religiosa, al contrario del pensiero critico e libero, è la negazione del pensiero con l'illusione di pensare![8]

A questo punto viene in mente quella frase di Johann Wolfgang Goethe: "Il vero oscurantismo non consiste nell'impedire la diffusione di ciò che è vero, chiaro e utile, ma nel mettere in circolazione ciò che è falso". Perché di questo oscurantismo la Chiesa cattolica, insieme a coloro che la riveriscono e la servono, è l’unica e la sola responsabile. La Chiesa cattolica è responsabile della depressione culturale dell’Italia e dell’intera Europa e lo Stato del Vaticano è l’istituzione che vive alle spalle delle nazioni, protegge i preti pedofili, istiga all’intolleranza e influenza la politica. E in questo non c’è niente di spirituale ma solo di palesemente criminale[9].

 “Nell’era dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario” disse George Orwell. Dopo duemila anni di menzogna, con la favola di Cristo, è arrivato il momento di accelerare l’inarrestabile e irreversibile processo che porrà fine allo Stato dittatoriale del Vaticano e della criminale setta fondamentalista ed oltranzista della Chiesa cattolica, realizzando la vera Rivoluzione Italiana. Il Popolo Italiano non deve avere più paura dei gerarchi vaticani, sono i gerarchi vaticani che devono ora avere paura del Popolo Italiano. Negli ultimi due anni la Chiesa ha venduto beni per quasi 50 milioni e ora il patrimonio gestito dallo IOR sfiora i 6 miliardi di Euro. Ad oggi ammonta a 886 miliardi la somma che lo Stato italiano ha regalato allo Stato illegittimo del Vaticano, grazie ai fascisti Patti Lateranensi del 1929[10]. Ma fino ad ora abbiamo scelto il ruolo di sudditi, ma perché?! Se il Popolo Italiano Sovrano si svegliasse, tempo mezz’ora e destituirebbe i gerarchi vaticani mandandoli in esilio a vita. E tali gerarchi sarebbero comunque fortunati poiché eviterebbero il processo, la condanna e la sentenza. E l’Italia diventerebbe la nazione più ricca del pianeta.

Avv. Giovanni Bonomo – Candide C.C.









[2] Jove, Jupiter, Salenus, Baal, Thor, Gade, Apollo, Juno, Aries, Taurus, Minerva, Rhets, Mitra, Amon, Horus, Virishna, Theo, Fragapatti, Atys, Durga, Indra, Nettuno, Vulcano, Kriste, Agni, Krishna, Croesus, Pelides, Huit, Hermes, Thulis, Thammus, Eguptus, Iao, Aph, Saturno, Gitchens, Minos, Maximo, Hecla e Phernes.

[3] La stessa Chiesa cattolica ammette poi che non c’era una religione cristiana al tempo di Costantino e che la storia della sua “conversione” e del “battesimo” sia del tutto leggendaria. Prima di guidare quel consesso puerile di uomini che divennero responsabili dell’inizio di una nuova religione e della creazione teologica di Gesù Cristo, il britannico Flavio Costantino, quattro anni prima, venne iniziato all’ordine religioso del Sol Invictus che, insieme al mitraismo, era il florido culto che riguardava il Sole come unico e supremo Dio. In un resoconto degli atti del conclave dei presbiteri radunati a Nicea, il vescovo di Eraclea, di nome Sabin, avendo assistito alle riunioni dei presbiteri, disse che “eccetto Costantino stesso ed Eusebio Panfilo, essi erano un gruppo di illetterati, creature semplici che non comprendevano nulla”. Da notare che il secondo Concilio di Nicea, anno 786, biasimò il primo Concilio come “un sinodo di stupidi e folli”, cercando di abrogare le “decisioni prese da uomini con cervelli turbati”; ma se ci si prende la briga di esaminare i documenti del secondo congresso, verrebbe subito da dire: da che pulpito viene la predica! Costantino venne descritto dai padri della Chiesa come “il grande campione della cristianità”, alla quale venne data “status legale come religione dell’Impero Romano”. Ma è ormai storicamente appurato che fu solo l’interesse personale e politico a indurlo a creare una religione di Stato. Nel corso dei successivi secoli le “Nuove Testimonianze” di Costantino furono ampliate, con interpolazioni e aggiunte di altre scritture. Il caso più noto è quello delle “Epistole di Paolo”: nel 397 Giovanni Crisostomo riorganizzò le scritture di Apollonio di Tiana (il cui nome venne latinizzato in Apollonio Paolo), un saggio vagante del primo secolo, rendendole parte delle Nuove Testimonianze. La stessa Chiesa ammette oggi che le Epistole di Paolo sono contraffatte.

[4] Emilio Bossi, in arte Milesbo, avvocato svizzero, è autore del libro “Gesù Cristo non è mai esistito”, Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1976, introvabile in Italia, se non in qualche sparuto circolo culturale di libero pensiero, come il Circolo Giordano Bruno di Milano. E si capisce perché: oltre ad essere un’approfondita esegesi biblica, è anche un’opera di denuncia dei poteri forti, che si servono da sempre della figura di Cristo per coprire le nefandezze, i crimini, le atrocità e i massacri perpetrati dai preti in tutti i secoli. In copertina campeggia la nota frase di papa Leone X (anni 1513-1521) scritta al Cardinale Bembo: “La favola di Cristo ci frutta tanto che sarebbe pazzia avvertire gl’ignoranti dell’inganno”.

[5] Luigi Cascioli, “La favola di Cristo. Inconfutabile dimostrazione della non esistenza di Gesù”, libro-denuncia, Cascioli editore, Viterbo 2001, che fornisce le prove storiche di tutte le falsità dell’enorme impostura costituita dal “cristianesimo”, costruito sulle Nuove Testimonianze post Concilio di Nicea per avere un culto monoteista a scopi politici. La figura del preteso Gesù “storico” è il risultato di successive manipolazioni e falsificazioni di fonti che si riferiscono ad un certo Giovanni di Gamala, figlio di Giuda il galileo e nipote del rabbi Ezechia, a sua volta discendente diretto della stirpe degli asmonei fondata da Simone, figlio di Mattatia il Maccabeo. L’Autore opera un’esegesi approfondita delle sacre scritture, dei “manoscritti di Kimberth Qumran”, noti come manoscritti del Mar Morto -  i quali coprono un periodo che va da 100 anni prima a 100 anni dopo la presunta nascita di Gesù e in cui non è alcun cenno al figlio di Dio - , e di tutti i culti pagani precedenti, utilizzando anche un’ampia documentazione tratta dagli scritti degli storici dell’epoca, quali Giuseppe Flavio, Filone Alessandro, Plinio il Vecchio, Seneca, e altri. Ci sarebbero proprio tutti gli elementi per un nuovo processo a carico della Chiesa cattolica per abuso della credulità popolare e per sostituzione di persona (art. 661 e art. 494 cod. pen.), che lo scrivente intende quanto prima intentare proseguendo l’opera del compianto studioso esegeta. Per quanto questo libro venga ancora disdegnato da chi fa della menzogna la propria morale quotidiana e il proprio stile di vita, le verità che in esso sono contenute non potranno mai più essere cancellate dalla storia, poiché esse sono state rivelate e divulgate anche attraverso i pochi  esemplari in circolazione, e “La favola di Cristo” sembra proprio decretare l’inizio di quella salutare era post-cristiana che tanti filosofi, liberi pensatori, ricercatori e uomini di buona volontà e onesto spirito liberale hanno sempre auspicato.

[6] Merita di essere segnalato il “peggior” comportamento del successivo papa Paolo III (1534-1549), il quale spingeva la sua irriverenza fino al punto di affermare che Cristo non era altro che il sole, adorato dalla setta Mitraica, e Giove Ammone rappresentato nel paganesimo sotto la forma di montone e di agnello. Egli spiegava le allegorie della sua reincarnazione e della sua resurrezione mettendo in parallelo Cristo e Mitra, diceva che l'adorazione dei magi non era altro che la cerimonia nella quale i preti di Zaratustra offrivano al loro Dio oro, incenso e mirra, le tre cose attribuite all'astro della luce; sosteneva che la costellazione della Vergine, o meglio ancora d'Iside, che corrisponde al solstizio in cui avvenne la nascita di Mitra, erano state prese come allegorie per determinare la nascita di Cristo, per cui Mitra e Gesù erano lo stesso Dio. E alla fine osava dire che non c'era nessun documento valido per dimostrare l'esistenza di Cristo, e che la sua convinzione era che non era mai esistito. Viva l’onestà!

[7] David Icke, in “E la verità vi renderà liberi”, Macro Edizioni, 2001, scrive a chiare lettere che l’autorità che ha inventato Gesù e il cristianesimo è la stessa che oggi controlla il mondo. Come già Costantino e il Sacro Romano Impero, anche l’attuale autorità persegue l’intento di instaurare un Nuovo Ordine Mondiale. Da noi in Italia, dove l’ingerenza della Chiesa è compenetrata nelle istituzioni, c’è solo Odifreddi e pochi altri  che osano scrivere libri (come “Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici”, Longanesi ed. 2007) sulla incompatibilità con il buon senso e la ragione, prima ancora che con la razionalità scientifica, del Cristianesimo e del Cattolicesimo. Sembra proprio che, a dispetto delle altre nazioni meno invase dal Vaticano, in Italia non vengano nemmeno letti fior di pensatori e filosofi come Nietzsche, Schopenhauer, Feuerbach, Giordano Bruno, Bertrand Russell, come se non fossero esistiti! E’ vero che in Italia si legge poco – le rilevazioni ISTAT lo confermano -  ma le opere di tali autori dovrebbero essere lette e conosciute ancor di più degli attuali libri di R.Dawkins, C.Hitchens, S.Harris, P.Odifreddi, L.Veronesi, M. Hack, L.Franco, E. Montesi  e di altri coraggiosi liberi pensatori.

[8] Se si pensasse, invece, si vedrebbero ancora i cadaveri delle dieci milioni di vittime dell’Inquisizione in Europa, alle quali si devono aggiungere gli ottanta milioni di indigeni americani. Chi ha fegato, e volontà di sapere, legga l’approfondita opera in dieci volumi “Storia criminale del Cristianesimo” dello storico tedesco Karlheinz Deschner, il quale descrive i crimini perpetrati nel corso dei venti secoli fino ad oggi dalla setta razzista e fondamentalista denominata “Cristianesimo - Stato Pontificio - Sede della Cristianità - Stato Papalino -  Chiesa cattolica - Città del Vaticano - Stato della città del Vaticano - Santa sede - Stato del Vaticano” o in qualsiasi modo pittoresco e volutamente ambiguo viene chiamata questa setta-Stato, e in qualsiasi modo volesse nel presente modificare il proprio nome nel presente per opportunità e perpetrare l’inganno. Quello che mi lascia sgomento quando parlo con un’amica “cattolica” o che si professa tale, è il credo religioso delle donne: nello sterminio dei popoli e nei genocidi efferati e crimini contro l’umanità in nome di Dio e del feticcio chiodato sono state proprio loro a rimetterci per prime. E questa mancanza di dignità, di consapevolezza e di amor proprio, oltre che di conoscenza della storia, contribuisce ad alimentare le condizioni di bancarotta economica e culturale in cui si trova ora l’Italia.

[9]  Coloro che confondono il cristianesimo col moralismo ci domanderanno, anche in buona fede: ma che avverrà allora dell’umanità senza la benefica illusione di un mito ritenuto l’ideale dell’uomo, come da tanti si reputa Cristo? Sembrando loro che debba allora scomparire anche la morale umana. Ci basti rispondere con questa altra domanda: forse che la umanità ebbe bisogno di Cristo per tutto il tempo precristiano? Eppure ci furono società colte e civili anche prima; ci furono costumi ed esempi di morale che il cristianesimo non ha certo sorpassati; ci furono Stati potenti, ricchi, prosperi; ci furono filosofi, poeti, artisti, scienziati, giuristi, che ancora oggi si citano a modello ed esempio di vita morale, mentre, se vi furono istituzioni cattive e costumi inumani, essi non furono aboliti dal cristianesimo, bensì dalla filosofia. Dal canto suo il cristianesimo aggravò i mali che già la filosofia non aveva distrutto aggiungendone di nuovi, come, per citarne alcuni soli, la lotta dell’anima contro il corpo e le persecuzioni dei credenti contro i non credenti. Nessun rimpianto, da parte nostra, per questo idolo che se ne va. Anzi, la contentezza di un male che viene meno.

[10] Senza contare che il clero possiede il 22% dell’intero patrimonio immobiliare nazionale, del quale il 30% solo a Roma, al di fuori delle mura vaticane. Conosciamo questi dati grazie agli sforzi dell’UAAR, che è riuscita a scandagliare una realtà economica semisommersa e sfuggente a ogni controllo.






sabato 4 agosto 2018

MISERICORDIA (CRISTIANA) E TOLLERANZA (LAICA)


Al seguito del papa buonissimo con tutti, la teologia buonista corre a perdifiato nelle praterie della misericordia e suscita giornalistici gongolamenti e sonori applausi di popolo. Nessuno osa discutere seriamente la festante opinione diffusa dal santo clero e delibata della folla plaudente.

 Nessuno osa PENSARE perché abbiamo bisogno ora della misericordia invece che del rispetto reciproco e della tolleranza insegnata dai nostri filosofi greci (dei quali si ricorda solo Socrate, ma va bene lo stesso) e ripresa, dopo i secoli bui del medioevo, dall’umanesimo e poi dall’illuminismo. Molti trovano ancora più comodo CREDERE

Così, per secoli, il Cristianesimo ha diffuso odio e divisione, provocato crimini contro l’umanità e il libero pensiero, dietro il falso vessillo della croce come simbolo di “amore universale” (si richiama la poderosa opera  in 10 volumi di Karlheinz Deschner, Storia criminale del Cristianesimo, ma disponibile anche per sintesi in http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-771.htm).

Gli stessi credenti, ora rappresentati dall’opposizione di sinistra, stentano a credere che la somministrazione di pie minestre e di sacri passaporti per l’Europa rappresentino i confini ultimi e supremi della misericordia evangelica.

Giovanni Bonomo – Candide C.C.




lunedì 2 luglio 2018

#DIGITALE. Il digitale nella comunicazione del terzo millennio

Gli indubbi vantaggi di "essere digitali" quando si ha spirito imprenditoriale unitamente a pensiero critico.

Nel sempre attuale dibattito tra apocalittici catastrofisti e integrati ottimisti di fronte alle strabilianti novità dell’incessante evoluzione della tecnologia digitale, vorrei svolgere ancora qualche considerazione, ovviamente schierandomi con i secondi, sui vantaggi di “essere digitali” e su come sta cambiando il mondo [1].

Il digitale sta trasformando il nostro modo di vivere, il rapporto tra uomo e uomo, uomo e macchina, macchina e macchina (Internet delle Cose), la nostra stessa vita quotidiana, il modo di lavorare, abitare e comunicare. Ne ho parlato nelle recenti note sulle criptovalute, sulla Blockchain, sulla Internet of Everything, sulla I.A. Intelligenza Artificiale e sulla A.I. Amplificazione dell’Intelligenza [2].

Nelle mie videonote “Mode e modi della comunicazione. Riflessioni sull’informazione nel terzo millennio” spiego l’importanza, nell’attuale scenario multimediale, di valutare criticamente tutte le nuove informazioni e di comunicare umanamente, ad iniziare dalla relazione tra genitori e figli. Proprio per quel rapporto stretto che unisce lingua e cultura non possiamo non constatare tutti – ora che la lettura viene stimolata da vari terminali dei nuovi media più che da libri e riviste, come lo smartphone e il tablet – l’impoverimento della nostra lingua e il trionfo dello stereotipo, della frase fatta, del modo di dire, dei neologismi barbari. Nella comunicazione globale del terzo millennio, insomma, si trascura la ricchezza del nostro vocabolario: ma ciò vale anche per le altre lingue e culture [3].

Non me ne vogliano gli amici networkers ma l’alibi di comodo di questa rassegnazione al degrado culturale è dire: “l’importante è farsi capire”… non importa da chi… stiamo correndo sempre, con illuminata ignoranza, verso l’abecedario, comprensibile a tutti…

Ora, se in questo florilegio di parole del parlar comune, che sono sempre le stesse, si cercasse almeno di cambiare e diversificare attingendo con più ponderazione alla nostra ricchezza lessicale prima di dare la colpa al – o di elevare a pretesto il – digitale… il fatto di risparmiare tempo cercando in Google ha come contropartita una maggior riflessione e ponderazione delle informazioni e delle notizie che troviamo.

Non prendiamocela con Internet, adesso, dopo che ce la siamo presa, insieme a Karl Popper, con la televisione cattiva maestra: come si può cambiare canale, trovando anche ottimi programmi e documentari storici e scientifici, possiamo navigare con discernimento nel Web tra un sito e l’altro. Ma il primo zapping da applicare è quello al nostro cervello, per arguire e desumere in fretta, perché l’informazione si è amplificata e velocizzata, sviluppando un pensiero critico e vigile.

La comunicazione del terzo millennio, audiovisiva e spettacolare, si fonda su Internet, sui servizi giornalistici anche divertenti, sul giornalismo di inchiesta de Le Iene o di Striscia la Notizia, e tale informazione spattacolarizzata può fondarsi anche sulle bufale, potendo essere la notizia creata da qualsiasi soggetto in Rete e diffusa poi, benché falsa, tramite i social media.

Questo non toglie però che, in fine dei conti, è meglio così oggi rispetto a ieri: meglio cioè una overdose di notizie, anche false – che costringono ad una capacità di discernimento del lettore – piuttosto che la penuria di informazione e l’assenza di pluralismo.

Oggi i grandi quotidiani online non combattono più una partita ad armi pari con i classici concorrenti cartacei, ma si scontrano ad armi impari con i grandi motori di ricerca, in una partita dal finale imprevedibile. I nuovi mezzi a disposizione del lettore possono anche essere la causa della diminuzione dei ricavi dell’editoria, di certo è che la crescita dei ricavi da advertising nel mercato di Internet premia chi già nasce digitale.

Ma questo scenario apparentemente dominato dal mercato può presentare nuove opportunità per tutti solo che si comprendano i meccanismi della nostra società digitale e multimediale, figlia del neoliberismo che premia i più ricchi ma non per questo totalmente negativa per i comuni cittadini.
Come spiego nel mio blog di informazione  sui nuovi modelli di business per i quali manca una vera informazione, il mercato della pubblicità in Rete è il più importante strumento di emancipazione che ci resta, una straordinaria opportunità, che inizia con il terzo millennio [4].

Il digitale rende le persone sempre più interconnesse e può rappresentare l’inizio di un’intelligenza condivisa che ci farà progredire a livelli inediti. Forse si realizzerà quel fenomeno di apprendimento e di comunicazione collettivi che crea una sorta di supermente o General Intellect – nel campo della filosofia il fenomeno riconduce a quello “spirito universale” dell’umanità rinvenibile negli scritti di Hegel e poi anche di Nietzsche – espressione utilizzata nel campo del diritto, per spiegare l’Open Source, frutto di un processo di formazione continuativa e decentrata della conoscenza condivisa, nella creazione di un software, da più programmatori che sommano le loro intelligenze.

Milano, 21 novembre 2017                                                   avv. Giovanni Bonomo


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[1] Tra gli apocalittici vi è chi addirittura predica la morte del’umanesimo e l’alba di un nuovo credo: la religione dei dati, come lo storico israeliano Yuval Noah Harai, nell’opera “Homo Deus. Breve storia del futuro”, Bombiani ed. 2017. 

[2] In due interviste, una su  Affari Italiani e l’altra su Il Sole 24Ore spiego le potenzialità della tecnologia digitale a proposito dell’architettura alla base del Bitcoin, denominata Blockchain, e del mercato della pubblicità in Rete.  

[3] Di queste riflessioni abbiamo fatto tesoro dopo l’incontro,  organizzato da Candide C.C. due anni fa,  con il giornalista ed esperto di comunicazione Paolo Corticelli: https://www.unimeier.eu/assets/pdf/dipartimenti/scienze-comunicazione/mode-e-modi-della-comunicazione.pdf