domenica 25 giugno 2017

Come liberarsi da 'samsara'. Proviamo a essere umili maestri.


Dedico queste riflessioni a un "umile maestro" - come egli si definisce - che ho incontrato sulla via e che spero mi accompagni nel corso della esistenza, avendo molte altre cose da imparare [1].  

Avendo partecipato pochi giorni fa ad un meeting buddista della Soka Gakkai sul tema del coraggio da leoni, ho potuto condividere la riflessione sul fatto che il coraggio non è necessariamente un comportamento eroico in un momento di pericolo: può essere invero anche lo sforzo costante, discreto e difficile, di non farci coinvolgere dalla falsificazione progressiva e costante della realtà che risponde al nome di samsara.

Il termine è di matrice induista e significa la ruota della vita, della morte, della rinascita, della interminabile catena, cioè, di causa-effetto, perché alla comparsa nel mondo di ciascuno di noi hanno concorso un insieme di circostanze innumerevoli: io sono venuto al mondo perché mio padre e mia madre un giorno si sono incontrati, i miei genitori sono venuti al mondo perché i loro genitori si conobbero e così via, ripercorrendo a ritroso, attraverso bis-nonni e tris-nonni, un'interminabile catena di causa-effetto che ci riporterebbe fino alla Creazione.

Nel Dhammapada, il più accreditato testo di 423 aforismi che costituiscono il nucleo del pensiero buddhista, c'è scritto: "Tutti gli elementi della realtà sono privi di essenza propria", traendo la propria esistenza da altre cose che ne sono la causa, in un principio di produzione condizionata che regola la comparsa di qualsiasi cosa, essere vivente o fenomeno, della realtà. E si legge anche: "Chi ha da sé rigettato il bene e il male, questi in verità si chiama saggio".

La stessa persona nella quale ciascuno di noi si identifica altro non è che una successione di stati d'animo dettati da fattori esterni e fondata su automatismi, condizionamenti e pensieri non propri né originali: in pratica la nostra individualità è una mera illusione, condizionata da pressioni culturali e sociali delle quali non ci rendiamo conto, avendole subite fin dalla nascita, in una trama intessuta dalla cecità del caso.

Ci si chiede allora se, scavando in questa montagna di detriti fatta di pulsioni culturali, sociali e familiari che ci seppellisce, si possa trovare il nostro io autentico, l'atman, dotato di natura propria e non semplice prodotto di elementi disparati e fattori accostati dal caso l'uno all'altro. Fatto sta che la nostra individualità, forgiata dall'educazione ricevuta e dalla cultura di appartenenza, è del tutto fittizia. Mi viene in mente la frase di Osho, comprendendone ora il vero significato, "tu non sei i tuoi pensieri".

Prendendo dunque coscienza del fatto che la realtà in cui siamo immersi è priva di essenza propria e costituisce un inganno dei nostri sensi, il saggio si impegna a spezzare questa inesorabile catena di causa-effetto, questa samsara di infinite nascite e morti, che è alla base di tutte le illusioni che nutriamo.

Uno degli aspetti cruciali della filosofia buddista, e più in generale indiana, che stentiamo a comprendere perché dà luogo a non pochi fraintendimenti con il pensiero occidentale, è il ripudio di tutte le opinioni e, in particolare, dei concetti dualistici di bene e male, che rientrano a pieno tutolo nell'ambito di quella catena di causa-effetto, perché interpretazioni gratuite della realtà.

Ma che queste intuizioni abbiano un valore universale e non siano una prerogativa del buddhismo è dimostrato dal fatto che sono state condivise da pensatori e filosofi che non sapevano nulla dell'India: il maestro sufi Jalaluddin Rumi (XIII sec.) disse: "Ben oltre le idee di giusto è sbagliato c'è un campo. Io ti aspetterò laggiù". Il sufismo, sia detto per inciso, è la corrente mistica dell'Islam, i cui interpreti sono stati e vengono perseguitati e giustiziati come eretici.

Il Mahatma Gandhi disse, come altri pensatori e filosofi indiani, "chi non abbia un notevole senso di umiltà non può trovare la verità. Se vorrete nuotare nell'oceano della verità dovrete ridurvi a nullità". E anche Sri Aurobindo, il maggior filosofo indiano del secolo scorso, predicava un'etica che superasse l'opposizione dialettica tra "bene" e "male". Nota è la sua frase: "Quando senti un'opinione che non ti piace, studia e scopri la verità che essa contiene".

Anche nel buddhismo troviamo espresso lo stesso concetto, in un pensiero inteso a sottrarci al meccanismo perverso del samsara: nota è la frase del saggio cinese Huang Po: "Se incontri il Buddha per strada, uccidilo". Vale a dire: nessuna verità rivelata, nessuna verità assoluta. Lo stesso Buddha disse: "Io sono una zattera che serve a raggiungere l'altra riva del fiume. Dopo non servo più a nulla". Anche questo è un aspetto che merita di essere approfondito: i libri sacri dei tre monoteismi si pongono come punti di riferimento irrinunciabili ed eternamente validi; il Buddha non chiede altro, invece, che di essere superato.

Dicevo del contrasto con il pensiero occidentale. Questo contrasto con ci sarebbe se non fosse per Platone, Aristotele e il Cristianesimo. Già con i due pensatori si impose un'ideologia della verità e del progresso che ha travolto le conquiste della filosofia presocratica, la quale non era gravata da preoccupazioni e istanze etiche, avendo una visione ciclica del tempo e della storia. Questa rivoluzione platoniana e aristotelica del pensiero, aggravata dalla comparsa e dall'affermazione dei monoteismi, è alla base della nostra incomprensione del pensiero orientale, un pensiero che appare molto vicino a quello di Eraclito e dei pensatori presocratici.

Anche nel taoismo, come nel buddhismo, vale il principio dell'astensione e vide la regola della non-azione. Scrive Lao Tzu: "Chi eccelle non disputa... La via del Santo è di non contendere". In effetti si può dire che si tratta di due percorsi opposti e contrari quello dell'occidentale e quello dell'orientale, ma solo il secondo arriva ad una pienezza di vita e di consapevolezza: l'occidentale arriva al nulla tramite l'accumulo, aggiungendo desideri su desideri e beni materiali su beni, e quindi opinioni, valori indiscutibili, affetti familiari, ideali assoluti, per poi stringere un pugno di mosche, come si suol dire; mentre l'orientale, tramite il vuoto, lo svuotamento progressivo, approda al tutto. Spero di aver dato un'idea di questo approdo, anche se l'illuminazione è un'esperienza che si pone al di là di ogni logica discorsiva ma anche di definizione.

Così anche il concetto di compassione si fa più vero e autentico della c.d. caritas cristiana. Non si basa su una scelta morale dettata dal cuore o da effimeri sentimenti altruistici: per il buddhista ogni offesa all'ambiente o ad ogni essere senziente è un'offesa alla sua stessa persona, al suo atman. "Vedendo dappertutto se stessi, i saggi esercitano la compassione", recita un aforisma indiano.

Sappiamo che il Tao respinge le opposizioni irriducibili e accoglie le contraddizioni, che sono le due facce della stessa medaglia: i due princìpi dello Yin e dello Yang, femminile e maschile, si contrappongono si integrano, si compenetrano, non esiste cioè alcun dualismo manicheo.

Finisco queste mie riflessioni proponendo un esercizio. Proviamo, per una volta, a liberarci da tutto ciò che il mondo ci ha imposto dal giorno della nostra nascita e raggiungiamo una condizione di vuoto totale, il momento cioè in cui torniamo, al di là di fattori storici, ambientali, pedagogici, religiosi, culturali, in contatto con noi stessi, recuperando un'identità personale che incarna il nostro vero e più intimo io al di là delle passioni e delle norme etiche, "al di là del bene e del male", come diceva Nietzsche.

Avendo spazzato via anche la mentalità dualistica che costringe a scelte, scopriamo la sostanziale identità tra atman, la nostra autentica identità personale, e brahaman, l'energia cosmica universale.

Esse coincidono. "Io sono Brahman", dice il santo induista, ma non per presunzione, ma perché si identifica totalmente con l'universo.

Milano, 25. 6.2017                                                      
avv. Giovanni Bonomo - Centro Culturale Candide






  
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[1] Non menziono il nome dell'umile maestro, non solo di arti marziali, che ho incontrato sulla via... anche della giustizia, avendolo assistito in una causa di diritto di famiglia, ma devo citare, per correttezza, per questioni di copyright ma soprattutto per gratitudine, Amedeo Ansaldi, scrittore e premiato autore di aforismi, relatore al convegno "Viaggio in Oriente con gli aforismi" (Museo dell'Arte del Cappello di Ghiffa, 4. 6.2017), la cui introduzione AFORISMI D'ORIENTE, ho letteralmente rapinato. Un umile maestro anch'egli, incontrato sulla via, al quale sarò sempre grato per il mio arricchimento culturale.