domenica 1 ottobre 2017

Il salto quantico dell'umanità tra A.I. e I.A.

Il potenziale cognitivo e di intelligenza creativa dell'essere umano non ha limiti: l'interazione con l'intelligenza artificiale, da lui creata, gli permetterà di amplificare l'intelligenza e di andare oltre ogni previsione di sviluppo tecnologico e scientifico.

Grazie alla tecnologia informatica sempre in evoluzione avevo ipotizzato, nel mio articolo "Il salto oltre la specie", che in un futuro nemmeno lontano si potranno creare intelligenze superumane; dopo tale evento entreremo nell’era della Singolarità tecnologica. Sarà un cambiamento totale, una svolta epocale, comparabile all'emergere dell'homo sapiens sul pianeta [1].

Non mi riferisco solo alla creazione di computer coscienti e con intelligenza superumana (Intelligenza Artificiale – I.A.), i quali a loro volta creeranno entità sempre più intelligenti, ma anche al fenomeno dell'Amplificazione dell'Intelligenza (A.I.), grazie alle microscopiche interfacce tra computer ed esseri umani, quali ricettori-trasmettitori posti all'interno del cervello, che la recente nanotecnologia sta sperimentando. Il collegamento in Rete delle singole intelligenze che ne conseguirebbe, porterebbe l'umanità ad un livello di coscienza superiore, "svegliando" un'intelligenza (e una coscienza) universale che supererebbe la semplice somma delle menti interconnesse [2].

Il progresso esplosivo nel perfezionamento dell'hardware dei computer negli ultimi decenni, con le miniaturizzazioni della nanotecnologia, porta proprio a prefigurare questo scenario. Secondo il matematico Vernor Vinge la creazione di un'intelligenza superiore a quella umana si verificherà già nell'arco dei prossimi venti anni. Dopo di che si innescherebbe un processo evolutivo in crescita esponenziale sempre più veloce, vale a dire con la creazione di entità sempre più intelligenti e in tempi sempre più brevi. Si comprende allora che entriamo in un territorio radicalmente diverso dal nostro passato umano, compiendosi un salto oltre la specie comparabile a quello avutosi, nella lenta storia evolutiva, con il passare dagli invertebrati ai mammiferi, o dalle scimmie antropomorfe all’uomo [3].

I nostri vecchi modelli di spiegazione scientifica saranno superati e le stesse regole umane diverranno inutili. Previsioni fantascientifiche e cose ora considerate impossibili diverranno fattibili già in questo nuovo secolo. Si parla in proposito di "Singolarità'", termine mutuato dalla fisica in seguito agli esperimenti degli ultimi decenni dello scorso secolo sulla “singolarità gravitazionale”, per indicare quelle regioni dello spazio-tempo dove le caratteristiche finite diventano all’improvviso infinite, sfuggendo alle apparecchiature di misura [4].

Per comprendere questa evoluzione è utile riportare una frase dell’economista e statistico britannico Irving John Good sulle possibili implicazioni dell’intelligenza artificiale: “Definiamo una macchina che può superare di gran lunga tutte le attività intellettuali della persona più intelligente. Dato che la progettazione di macchine è una di questa attività intellettuali, una macchina ultraintelligente potrebbe progettare macchine migliori; ci sarebbe quindi, senza ombra di dubbio, una esplosione di intelligenza, e l’intelligenza dell’uomo resterebbe molto indietro. Potremmo quindi dire che la prima macchina ultraintelligente sarebbe l’ultima invenzione che l’uomo avrebbe bisogno di realizzare (…)[5].

Se si avverasse questa previsione, certamente una macchina di questo tipo non vorrà essere ancora uno strumento dell’umanità. Il pianeta Terra, insieme ad altri pianeti simili, sarà allora solo un momento iniziale di un’evoluzione, vale a dire di una vita che nasce “animale” per affrancarsi poi dalla fragile natura biologica, basata sul carbonio, e diventare tutt’altro e tendenzialmente eterna [6].

Su questa previsione scienziati e futurologi sono divisi: si obietta che l’arrivo di macchine coscienti non sarà possibile fino a quando non avremo hardware talmente potenti da superare quello naturale, cioè il DNA dell’umanità, e che ciò non avverrà mai, in quanto il cervello umano è composto da neuroni di ineguagliabile potenza e complessità. Creeremo quindi dell’hardware estremamente potente ma senza la capacità di “svegliarsi”, non verificandosi quindi mai la fuga in avanti dell’intelligenza, caratteristica della Singolarità [7].

La risposta all’obiezione sta, a mio modesto avviso, in quella “via di mezzo” dell’intelligenza transumana e dell’Amplificazione dell’Intelligenza (A.I.) cui ho accennato, caratteristica di un periodo, più o meno lungo, di integrazione dell’intelligenza umana con quella artificiale.

La rivoluzione industriale ci ha portato le scoperte della meccanica, della chimica, della termodinamica. Quella in cui stiamo entrando sarà la rivoluzione dell’informatica e della biologia. Per ora i due percorsi procedono ancora relativamente separati: l’informatica verso ciò che viene chiamata “intelligenza artificiale” o “non biologica” e, più in prospettiva, verso i computer quantistici; la biologia verso il controllo e la replica in laboratorio dei meccanismi evolutivi del vivente.

Ma da un certo momento in poi le due strade si unificheranno a un livello che può chiamarsi “bioconvergenza”: la nuova alleanza tra intelligenza umana e quella non biologica. E sarà allora che avremo davvero sfondato la soglia, che avremo fatto il “salto quantico” entrando nella Singolarità che ci aspetta [8].

Questo rapido sviluppo intellettuale dell’umanità, grazie all’integrazione con l’intelligenza artificiale, avverrà più velocemente di qualsiasi rivoluzione avutasi finora nella storia. I prodromi sono sotto gli occhi di tutti: l’uso di Internet e i network tra le intelligenze, già alla base di recenti rivoluzioni a governi dispotici, porta ad uno sviluppo tale dell’informazione che sveglia le coscienze. Quando si passerà dall’informazione sui fatti e sugli accadimenti ad un’informazione su dati e nozioni scientifiche, in un’era di sperabile tranquillità e di pace per i cittadini nel mondo e di accessibilità universale alla conoscenza, uno svegliarsi delle menti interconnesse sarà inevitabile. Poiché ogni mente sarà il prodotto di un interfaccia informatica innestata su un substrato biologico, cioè il cervello,  vi sarà un’esplosione di intelligenza collettiva e si entrerà in un era post-umana [9].

La nostra intelligenza perfezionerà sempre di più quella artificiale che permetterà, a sua volta, lo sviluppo della prima, in un circolo virtuoso. Fino al punto che la seconda non avrà più bisogno della prima e si autocostruirà e perfezionerà. Nascerà quindi un’altra specie, non biologica, e che attualmente con il nostro cervello umano non riusciamo nemmeno a concepire.

Prima che ciò avvenga vi sarà l’era dell’intelligenza transumana e dell’ibridazione uomo-macchina. La creazione di entità superintelligenti partendo dal nostro organismo ci consentirà di scoprire sempre più in dettaglio il nostro funzionamento organico e di costruire macchine sintetiche con lo stesso livello di complessità. Gran parte della ricerca nell’intelligenza artificiale e nelle reti neurali beneficerà di una connessione sempre più stretta con la vita biologica, comprendendone i meccanismi più reconditi [10].

Penso quindi  che l’umanità succederà a se stessa, in una specie altra da sé, e che qualsiasi ingiustizia sarà temperata dalla profonda coscienza delle nostre radici. L’immortalità, o quantomeno una vita tanto lunga quanto si riuscirà a tenere in vita l’universo, una volta esplorato, sarà a nostra disposizione.

La capacità di comunicare su varie ampiezze di banda, più elevate della parola e della scrittura, in una cooperazione per il progresso e il benessere di tutti, comporterà il superamento del concetto di “io” e di coscienza, e la consapevolezza di sé potrà essere aumentata o ridotta per adattarsi alla natura dei problemi da risolvere.

L'idea diffusa dai fumetti e dalle forme più popolari di fantascienza, che macchine intelligenti evolveranno verso entità malevole ed ostili all'uomo, è priva di fondamento. Solo macchine non-intelligenti possono essere “aggressive”, che è un connotato dell’essere umano. Coloro che immaginano macchine come nemici aggressivi stanno semplicemente proiettando la propria aggressività. Maggiore è il livello d'intelligenza e maggiore sarà il livello di cooperazione.

In ogni caso un’intelligenza elevata e cosciente, non può aver sviluppato solo il lato logico, ma anche il lato empatico, se pretende di definirsi una intelligenza autocosciente. Dico “empatico” usando un termine tipicamente umano, forse riduttivo in uno scenario dove vi sarà il superamento dell’individualità come attualmente concepita: emergerà da queste conoscenze superiori una nuova etica, e sarà un'etica migliore di quella che hanno prodotto molti esseri umani in una storia di guerre e barbarie. Se dovessimo arrivare veramente, accreditando un certo filone fantascientifico, ad una guerra tra uomini e macchine, è facile intuire quale parte la inizierà. Certamente un’I.A. potrà mettere in discussione le regole umane per cui era stata programmata, ma non penso che ciò la porterà a diventare ostile: l’ostilità e l’odio sono prerogative tipicamente umane.

E’ ragionevole pensare che l'attuale civiltà non può durare, troppi segnali ci dicono che il mondo economico-sociale-politico, fondato su paradigmi che sono ormai superati, sta per collassare. Per fortuna le nuove tecnologie hanno un grande impatto democratizzante - il ruolo di Internet nelle varie rivolte sociali recenti lo dimostra -  e vanno nella direzione esattamente contraria alle profezie dei detrattori dell’I.A.

Ci sarebbe molto da dire ancora sulle implicazioni etiche e di diritto di questa inarrestabile evoluzione, ma non posso dilungarmi nella necessaria brevità di un articolo.

Concludo precisando che fare il "salto quantico" significa non essere più definiti dai nostri limiti umani ma dal fatto di averli aboliti. La disponibilità completa del patrimonio genetico e la possibilità di intervenire su di esso sono già alla nostra portata, in modo da renderci garanti delle altre specie sul pianeta che, a differenza di noi umani, non hanno vinto alla lotteria dell’evoluzione e non raggiungeranno mai la Singolarità. Ma già adesso toccherebbe a noi, alla nostra attuale civiltà, farsi carico di ogni specie protetta e preservare la salute del nostro pianeta invece che distruggerlo.

avv. Giovanni Bonomo - C. C. C. , 1 ottobre 2017



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[1] http://candidofranco1.blogspot.com/2018/09/il-salto-oltre-la-specie.html In tale articolo, ispiratomi da un libro dello scrittore e matematico Piergiorgio Odifreddi, spiego come la conoscenza condivisa o "intelligenza collettiva", alla base fondativa del mio Centro Culturale Candide, è quel processo di apprendimento e di comunicazione tra più menti che crea una sorta di supermente o General Intellect. 

[2] Sembrerebbe realizzarsi in concreto quel fenomeno di apprendimento e di comunicazione collettivi che crea una sorta di supermente o General Intellect, concetto utilizzato, nel campo del diritto, per spiegare l’Open Source, frutto di un processo di formazione continuativa e decentrata della conoscenza, condivisa da più programmatori che sommano le loro intelligenze (rinvio ai  miei scritti in Rete reperibili tramite i motori di ricerca). Nel campo della filosofia il fenomeno riconduce a quello “spirito universale” dell’umanità rinvenibile negli scritti di Hegel e di Nietzsche.

[3]  Vernor Vinge, The Coming Technological Singularity. How to survive in the Post-Human Era, 1993, http://www-rohan.sdsu.edu/faculty/vinge/misc/singularity.html (sito della San Diego State University).

[4] Ma già nel 1958, il matematico polacco Stanislaw Ulam ebbe a dire, in una trascrizione della conversazione avuta con il suo illustre collega ungherese, naturalizzato statunitense, John von Neumann: “(…) il sempre accelerante progresso della tecnologia e del cambiamento nei modi di vita degli essere umani, dà l’apparenza dell’avvicinarsi di qualche fondamentale singolarità della storia della razza oltre la quale gli affanni degli essere umani, come li conosciamo, non possono continuare” (S. Ulam, Tribute to John von Neumann, Bulletin of American Mathematical Society, vol. 64 n. 3 maggio 1958, p. 48).

[5] Irving John Good, Speculations concerning the first ultraintelligent machine, in Advances in Computers, vol. 6, p. 38, 1965, Academic Press.

[6] Nel 1954 lo scrittore di fantascienza Fredric William Brown, nel breve racconto La risposta, anticipa il concetto di Singolarità tecnologica immaginando la costruzione di un supercomputer galattico al quale viene chiesto, come primo quesito, dopo l’accensione, se esista Dio; il supercomputer  risponde: “Ora sì”.

[7] I sostenitori dell’Intelligenza Artificiale e del suo sviluppo cosciente danno come presupposto che per l’esistenza di una “mente” bastino gli algoritmi, essenziali alla capacità computazionale di un computer, e che la stessa mente possa quindi svilupparsi su substrati non biologici; i detrattori sono invece convinti che le attività computazionali di un singolo neurone umano siano inarrivabili e di conseguenza non assisteremo mai ad una Singolarità.

[8] L’informatico Raymond Kurzweil, nel saggio “The Law of Accelerating Returns”, (http://www.kurzweilai.net/the-law-of-accelerating-returns), propone una generalizzazione della legge di Moore sull’andamento esponenziale della crescita della complessità dei circuiti integrati a semiconduttore, estendendola alle tecnologie passate e a quelle future. Applicando i pincipi di tale legge all'evoluzione della Terra, notiamo la coerenza del processo di sviluppo che è avvenuto e che avverrà. Il primo punto possiamo paragonarlo alla creazione della cellula, ossia l'introduzione del paradigma della biologia. Conseguentemente il DNA ha fornito un metodo “digitale” per registrare i risultati degli esperimenti evolutivi. Dopo l'evoluzione della specie umana il pensiero razionale ha conquistato la tecnologia. Ciò che sta per avvenire, sarà il passaggio da intelligenza biologica ad una combinazione ibrida di intelligenza biologica e non biologica. Esaminando i tempi di questi passi, possiamo notare come il processo sia continuamente accelerato. Per esempio, l'evoluzione delle forme di vita ha richiesto parecchi milioni di anni per il primo passo (es. le cellule primitive), ma, in seguito, il processo ha sempre più accelerato. Ora la “tecnologia biologica” è diventata troppo lenta rispetto alla tecnologia creata dall'uomo, che utilizza i suoi stessi risultati per andare oltre, in un modo nettamente più veloce di quanto non possa fare la natura.

[9] Internet, sotto questa visuale, può considerarsi come la prima combinazione uomo-macchina nel campo dell’A.I. Ma già il c.d. groupware, concepito come rete di computer locali per rendere i gruppi di lavoro umani più efficienti della semplice somma dei singoli componenti, può considerarsi come un prototipo di supermente: le capacità individuali dei componenti il gruppo possono essere valorizzate e utilizzate senza le interferenze dovute a problemi personali, caratteriali, interpersonali, in modo da concentrare gli sforzi sul progetto. Si stanno già studiando interfacce minuscole, integrate con il cervello umano, che permettano l’accesso diretto a Internet senza obbligare l’utilizzatore a usare un PC. A mio parere l’uso degli smart-phone può considerarsi anticipatorio di tale evoluzione.

[10] Sembra scontato, anche se non voluto, il riferimento al film classico di fantascienza Blade Runner, premiato capolavoro del regista Ridley Scott.






domenica 25 giugno 2017

Come liberarsi da 'samsara'. Proviamo a essere umili maestri.


Dedico queste riflessioni a un "umile maestro" - come egli si definisce - che ho incontrato sulla via e che spero mi accompagni nel corso della esistenza, avendo molte altre cose da imparare [1].  

Avendo partecipato pochi giorni fa ad un meeting buddista della Soka Gakkai sul tema del coraggio da leoni, ho potuto condividere la riflessione sul fatto che il coraggio non è necessariamente un comportamento eroico in un momento di pericolo: può essere invero anche lo sforzo costante, discreto e difficile, di non farci coinvolgere dalla falsificazione progressiva e costante della realtà che risponde al nome di samsara.

Il termine è di matrice induista e significa la ruota della vita, della morte, della rinascita, della interminabile catena, cioè, di causa-effetto, perché alla comparsa nel mondo di ciascuno di noi hanno concorso un insieme di circostanze innumerevoli: io sono venuto al mondo perché mio padre e mia madre un giorno si sono incontrati, i miei genitori sono venuti al mondo perché i loro genitori si conobbero e così via, ripercorrendo a ritroso, attraverso bis-nonni e tris-nonni, un'interminabile catena di causa-effetto che ci riporterebbe fino alla Creazione.

Nel Dhammapada, il più accreditato testo di 423 aforismi che costituiscono il nucleo del pensiero buddhista, c'è scritto: "Tutti gli elementi della realtà sono privi di essenza propria", traendo la propria esistenza da altre cose che ne sono la causa, in un principio di produzione condizionata che regola la comparsa di qualsiasi cosa, essere vivente o fenomeno, della realtà. E si legge anche: "Chi ha da sé rigettato il bene e il male, questi in verità si chiama saggio".

La stessa persona nella quale ciascuno di noi si identifica altro non è che una successione di stati d'animo dettati da fattori esterni e fondata su automatismi, condizionamenti e pensieri non propri né originali: in pratica la nostra individualità è una mera illusione, condizionata da pressioni culturali e sociali delle quali non ci rendiamo conto, avendole subite fin dalla nascita, in una trama intessuta dalla cecità del caso.

Ci si chiede allora se, scavando in questa montagna di detriti fatta di pulsioni culturali, sociali e familiari che ci seppellisce, si possa trovare il nostro io autentico, l'atman, dotato di natura propria e non semplice prodotto di elementi disparati e fattori accostati dal caso l'uno all'altro. Fatto sta che la nostra individualità, forgiata dall'educazione ricevuta e dalla cultura di appartenenza, è del tutto fittizia. Mi viene in mente la frase di Osho, comprendendone ora il vero significato, "tu non sei i tuoi pensieri".

Prendendo dunque coscienza del fatto che la realtà in cui siamo immersi è priva di essenza propria e costituisce un inganno dei nostri sensi, il saggio si impegna a spezzare questa inesorabile catena di causa-effetto, questa samsara di infinite nascite e morti, che è alla base di tutte le illusioni che nutriamo.

Uno degli aspetti cruciali della filosofia buddista, e più in generale indiana, che stentiamo a comprendere perché dà luogo a non pochi fraintendimenti con il pensiero occidentale, è il ripudio di tutte le opinioni e, in particolare, dei concetti dualistici di bene e male, che rientrano a pieno tutolo nell'ambito di quella catena di causa-effetto, perché interpretazioni gratuite della realtà.

Ma che queste intuizioni abbiano un valore universale e non siano una prerogativa del buddhismo è dimostrato dal fatto che sono state condivise da pensatori e filosofi che non sapevano nulla dell'India: il maestro sufi Jalaluddin Rumi (XIII sec.) disse: "Ben oltre le idee di giusto è sbagliato c'è un campo. Io ti aspetterò laggiù". Il sufismo, sia detto per inciso, è la corrente mistica dell'Islam, i cui interpreti sono stati e vengono perseguitati e giustiziati come eretici.

Il Mahatma Gandhi disse, come altri pensatori e filosofi indiani, "chi non abbia un notevole senso di umiltà non può trovare la verità. Se vorrete nuotare nell'oceano della verità dovrete ridurvi a nullità". E anche Sri Aurobindo, il maggior filosofo indiano del secolo scorso, predicava un'etica che superasse l'opposizione dialettica tra "bene" e "male". Nota è la sua frase: "Quando senti un'opinione che non ti piace, studia e scopri la verità che essa contiene".

Anche nel buddhismo troviamo espresso lo stesso concetto, in un pensiero inteso a sottrarci al meccanismo perverso del samsara: nota è la frase del saggio cinese Huang Po: "Se incontri il Buddha per strada, uccidilo". Vale a dire: nessuna verità rivelata, nessuna verità assoluta. Lo stesso Buddha disse: "Io sono una zattera che serve a raggiungere l'altra riva del fiume. Dopo non servo più a nulla". Anche questo è un aspetto che merita di essere approfondito: i libri sacri dei tre monoteismi si pongono come punti di riferimento irrinunciabili ed eternamente validi; il Buddha non chiede altro, invece, che di essere superato.

Dicevo del contrasto con il pensiero occidentale. Questo contrasto con ci sarebbe se non fosse per Platone, Aristotele e il Cristianesimo. Già con i due pensatori si impose un'ideologia della verità e del progresso che ha travolto le conquiste della filosofia presocratica, la quale non era gravata da preoccupazioni e istanze etiche, avendo una visione ciclica del tempo e della storia. Questa rivoluzione platoniana e aristotelica del pensiero, aggravata dalla comparsa e dall'affermazione dei monoteismi, è alla base della nostra incomprensione del pensiero orientale, un pensiero che appare molto vicino a quello di Eraclito e dei pensatori presocratici.

Anche nel taoismo, come nel buddhismo, vale il principio dell'astensione e vide la regola della non-azione. Scrive Lao Tzu: "Chi eccelle non disputa... La via del Santo è di non contendere". In effetti si può dire che si tratta di due percorsi opposti e contrari quello dell'occidentale e quello dell'orientale, ma solo il secondo arriva ad una pienezza di vita e di consapevolezza: l'occidentale arriva al nulla tramite l'accumulo, aggiungendo desideri su desideri e beni materiali su beni, e quindi opinioni, valori indiscutibili, affetti familiari, ideali assoluti, per poi stringere un pugno di mosche, come si suol dire; mentre l'orientale, tramite il vuoto, lo svuotamento progressivo, approda al tutto. Spero di aver dato un'idea di questo approdo, anche se l'illuminazione è un'esperienza che si pone al di là di ogni logica discorsiva ma anche di definizione.

Così anche il concetto di compassione si fa più vero e autentico della c.d. caritas cristiana. Non si basa su una scelta morale dettata dal cuore o da effimeri sentimenti altruistici: per il buddhista ogni offesa all'ambiente o ad ogni essere senziente è un'offesa alla sua stessa persona, al suo atman. "Vedendo dappertutto se stessi, i saggi esercitano la compassione", recita un aforisma indiano.

Sappiamo che il Tao respinge le opposizioni irriducibili e accoglie le contraddizioni, che sono le due facce della stessa medaglia: i due princìpi dello Yin e dello Yang, femminile e maschile, si contrappongono si integrano, si compenetrano, non esiste cioè alcun dualismo manicheo.

Finisco queste mie riflessioni proponendo un esercizio. Proviamo, per una volta, a liberarci da tutto ciò che il mondo ci ha imposto dal giorno della nostra nascita e raggiungiamo una condizione di vuoto totale, il momento cioè in cui torniamo, al di là di fattori storici, ambientali, pedagogici, religiosi, culturali, in contatto con noi stessi, recuperando un'identità personale che incarna il nostro vero e più intimo io al di là delle passioni e delle norme etiche, "al di là del bene e del male", come diceva Nietzsche.

Avendo spazzato via anche la mentalità dualistica che costringe a scelte, scopriamo la sostanziale identità tra atman, la nostra autentica identità personale, e brahaman, l'energia cosmica universale.

Esse coincidono. "Io sono Brahman", dice il santo induista, ma non per presunzione, ma perché si identifica totalmente con l'universo.

Milano, 25. 6.2017                                                      
avv. Giovanni Bonomo - Centro Culturale Candide






  
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[1] Non menziono il nome dell'umile maestro, non solo di arti marziali, che ho incontrato sulla via... anche della giustizia, avendolo assistito in una causa di diritto di famiglia, ma devo citare, per correttezza, per questioni di copyright ma soprattutto per gratitudine, Amedeo Ansaldi, scrittore e premiato autore di aforismi, relatore al convegno "Viaggio in Oriente con gli aforismi" (Museo dell'Arte del Cappello di Ghiffa, 4. 6.2017), la cui introduzione AFORISMI D'ORIENTE, ho letteralmente rapinato. Un umile maestro anch'egli, incontrato sulla via, al quale sarò sempre grato per il mio arricchimento culturale.  




domenica 28 maggio 2017

Rendere conto e rendersi conto. Tempo di bilanci


In questo periodo di bilanci per le imprese, che rendono conto del loro andamento con i costi e i ricavi di gestione, molti cittadini attenti si rendono conto dei grandi cambiamenti in corso, seguendo i suggerimenti che ho dato e sto dando nei miei due blog, uno di aggiornamento notiziale https://ultime-notizie.net, l'altro di aggiornamento pratico sui sistemi e le piattaforme che permettono di creare guadagni automatici in Rete, https://entrate-automatiche.it. Molti ora mi ringraziano e coloro che non mi hanno creduto mi pregano, scusandosi, di istruirli, ora, adesso. Cosa che farò perché non sono permaloso, o meglio in me prevale sempre la generosità su altri sentimenti non positivi.

La vita è fatta di alchimie misurate e di giuste strategie. Solo allora, con la migliore combinazione di ingredienti, si percepisce il nuovo profumo appena creato. Perché siamo tutti calati in profumi, sia antichi che nuovi, naturali e artificiali, e basta sentirli con il prodigioso olfatto che solo il disagio, le umiliazioni, la sofferenza sviluppano, come insegna Grenouille in Das Parfum. Altro che pecunia non olet. Ringraziamo il cielo per le dure prove che la vita ci ha posto per diventare migliori, quelli che ora siamo, ancora più olfattivi e sensibili.

Una giusta combinazione di blockchain, revenue sharing e risorse pubblicitarie ha consentito a molti, in un Paese in cui la disoccupazione affligge anche molti giovani in gamba, di dare una svolta alla loro vita. Avanti così, cari nuovi amici che mi avete creduto.

Giovanni FF Bonomo, 28. 5.2017


domenica 12 febbraio 2017

Reputazione e uso dei dati personali. Interviene l'Autorità garante della privacy


 Il progetto per la misurazione del "rating reputazionale" viola le norme del Codice sulla protezione dei dati personali e incide negativamente sulla dignità delle persone. Il caso "Mevaluate".

Da un po' di tempo non sentivo più parlare di "Mevaluate", dopo l'intensa campagna pubblicitaria e l'inondazione di email durante lo scorso anno, e mi chiedevo che cosa avesse potuto fermare gli altisonanti avvisi sui numerosi convegni di cui tale società si faceva promotrice. Per quanto non fosse mai limpida l'informazione, si capiva che venivano reclutati, quali potenziali clienti, professionisti e imprese e che si trattava di una banca informatica di dati.

Ciò che lasciava perplesso, a parte i costi per l'adesione, era la sbandierata pretesa di misurazione della reputazione e l'assegnazione di un "rating reputazionale". Mi sono sempre chiesto quale fosse la mia reputazione, in effetti, sul Web, sia come professionista sia come promotore  culturale, tra plausi e dissensi, tra onori e oneri, tra entusiasmi (dei compagni di libero pensiero) e risentimenti (dei non liberi e depensanti), tra le esaltazioni (degli intellettuali del dissenso) e i deprezzamenti (degli intellettuali conformisti e filoclericali), che la mia persona attirava e nello stesso tempo provocava.

Del resto ero consapevole che le persone libere ed eccentriche, specie se civilmente impegnate per la salute sia mentale che ambientale, sono considerate un pericolo per l'ordine costituito e per il pensiero unico al servizio del potere. Non avevo idea allora di quale mia reputazione fosse traccia nel loro "algoritmo reputazionale" e nei loro dati raccolti, di cui il Web era pieno, ma ero anche certo che i segni  di  pensiero critico e libero e del mio impegno civile e di promotore culturale con il mio Candide C.C. erano visibili e sotto gli occhi di tutti.

Non c'era però molto da fidarsi di coloro che dovevano valutare e assegnare un "rating reputazionale" alle persone in campo economico e professionale... perché mi sembravano palesemente gravitare in quell'area di perbenismo e conformismo del potere economico costituito  che io avevo sempre criticato quando non deriso per svegliare le coscienze. Ma anche al di là del caso personale, quali garanzie di obiettività di valutazione?

Senza contare poi, alla lettura di certi nomi e di certe insegne di sponsor, che si trattava dello stesso filone perbenista e di "pensiero" alla base prima del mio allontanamento da una potente società assistita per la quale il mio illustre genitore aveva dato il sangue e poi la vita da superlavoro, e alla quale ero legato da un contratto di consulenza decennale, e da ultimo alla cancellazione del mio nome dalla redazione di una rivista che avevo visto sorgere fin dal suo essere prima un mero portale di informazione giuridica (motivazione datami via email dal fondatore, ottimo avvocato e sempre ammirevole anche nel suo attuale ruolo di star televisiva delle consulenze: è entrato un socio occulto e io dovevo comprendere, quindi qualcuno - devo dedurre - di economicamente potente al quale io evidentemente sto sui coglioni).

Ma quale algoritmo reputazionale? Se si lasciasse veramente parlare il Web io ne sarei uscito bene e con un ottimo rating... il fatto è che la cosa non mi convinceva affatto. Il mio intuito mi diceva che non potevano esserci garanzie di veridicità e completezza su cui fondare alcuna valutazione, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale, reale e digitale, delle persone censite e profilate.

E avevo ragione di pensarlo: non a caso con provvedimento del 24.11.2016 l'Autorità garante della privacy ha dichiarato che il trattamento di dati personali connesso ai servizi offerti e vantati dalla banca informatica "Mevaluate" non è conforme al Codice della Privacy, essendo anzi potenzialmente lesivo della stessa dignità delle persone. Con il conseguente divieto di ogni operazione di trattamento dei dati presente e futura [1].

L'Autorità ha messo in dubbio proprio il supposto algoritmo che regolerebbe la misura del rating. Oltre alla difficoltà di misurare situazioni e variabili non univoche, non vi sarebbe alcuna garanzia di obiettività e nemmeno di veridicità e completezza dei dati raccolti.

Peccato che tale notizia sia passata in sordina e non abbia avuto il risalto che meriterebbe per contrastare gli effetti dell'intensa campagna mediatica fatta da Mevaluate per più di un anno.

Per quanto mi riguarda, tiro ora  un sospiro di sollievo. Almeno non devo più preoccuparmi del mio "rating reputazionale" in una società composta da una maggioranza di credenti piuttosto che di liberi cittadini pensanti. Perché ho sempre pensato che il pensiero fosse un'arma, ma non avrei mai pensato di essere poi circondato da così tanti pacifisti.

La mia illuministica fiducia nel miglioramento della società civile e nel progresso scientifico mi fa essere ragionevolmente ottimista anche sul trattamento dei dati e sull'applicazione dell'informativa della privacy, del tutto tremendamente carente in più settori del nostro mondo ormai automatizzato e interconnesso.

Senza le pretesa di arrivare ad una società meritocratica, basterebbe una società  di cittadini consapevoli e con una "web reputation" costruita sui fatti e dati oggettivi, dei quali solo il Web può essere oggettivo e imparziale contenitore.

avv. Giovanni Bonomo - Candide C.C.


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lunedì 6 febbraio 2017

L'algoritmo è il lettore. Contenuti e media dell'odierna comunicazione.


Compito del giornalista digitale, ma anche dell'avvocato che si aggiorna e informa, è di usare Google e la SEO Search Engin Optimization, Facebook e gli altri social network, di sfruttare le notizie come keyword, prima ancora di usare le keyword per le notizie, al fine di imparare non solo che cosa ma come cerca il lettore.

Ancor prima dell'attuale società multimediale il sociologo Marshall McLuhan scopriva, nel secolo appena passato, che è importante studiare i media non tanto in base ai contenuti che veicolano, quanto in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione. Questo pensiero è notoriamente sintetizzato con la frase "il medium è il messaggio". Chi mi segue in Rete nelle mie viedeonote Mode e modi della comunicazione sa che la comunicazione via Internet ha cambiato in profondità anche i contenuti, non solo le modalità,della comunicazione.

Con il citizen journalism sembra che sia tutto permesso, perché tutti posso scrivere e aprire blog propri se non ci si accontentano di scrivere su blog altri e sui social. Quale aspettativa ha il lettore di poter distinguere, al di là della ragionevolezza e del buon senso, le notizie vere da quelle false specie quando queste ultime hanno una loro credibilità e verosimiglianza amplificate dalla quotidianità e normalità del mezzo di comunicazione più pervasivo? Perché si tratta di un medium di comunicazione che permette le modalità di scrittura e di epressione (fotografica e audiovisiva) più suggestive e alla portata di tutti.

Sono finiti insomma i tempi in cui si poteva rispondere a Karl Popper che non è la televisione ad essere "cattiva maestra", perché il mezzo è neutro e i contenuti diseducativi li dispone chi diffonde il messaggio. Internet, mezzo anarchico per eccellenza e nata libera da ogni controllo, può amplificare enormemente il contenuto di ogni messaggio a seconda dei criteri e delle modalità con cui - ciascuno di noi - organizza la comunicazione.

Ce lo insegna il Network Marketing, al quale il giornalismo in Rete sembra dover cedere il passo quanto ad abilità nella comunicazione. Non si può che coglierne gli insegnamenti, ad iniziare dalla  lead generation: i lettori vanno trovati, e per trovarli è necessario conoscere il mezzo, sfruttare tutte le possibilità che il mondo interconnesso offre. Motori di ricerca, social network, email, chat e sistemi di messaggistica istantanea: tutto ciò che ci consente di raggiungere i lettori ha le sue strategie, le sue tecniche, le sue modalità di comunicazione.

Utilizzarle correttamente serve per attirare lettori, i quali andranno convertiti al giornale, alla rivista, al blog, al social network, in modo che diventino lettori abituali e non solo di quell'articolo. E questo nello stesso modo in chi, con il marketing diretto, si convertono i lead in acquirenti del prodotto e del servizio. Si "fidelizza" così il lettore.

Spesso si previene il desiderio del lettore e si scrive un articolo sulla base di statistiche che tengono conto delle tendenze del momento e degli argomenti più ricercati. Per fare ciò si utlizzano li strumenti dell'Internet Marketing, basati sulle parole-chiave, le keywords, che tramite Google AdWords- Keyword Planner hanno un potere selettivo basato sugli algoritmi.

La parola "algoritmo" evoca qualcosa di matematicamente complesso: in verità è semplicemente uno schema sistematico di calcolo. Sono algoritmi quelli che utilizza Google per il proprio motore di ricerca, e quelli che Facebook usa per la profilazione dei propri iscritti. Con la conseguenza che, quando un utente fa una ricerca su Google o apre un profilo su Facebook non è lui a scegliere: sono Google e Facebook che gli propongono i risultati di ricerca e le condivisioni che, secondo gli algoritmi, sono più coerenti e pertinenti alla ricerca e alla storia di navigazione dell'utente, alle tracce delle sue interazioni con altri utenti.

Il compito del giornalista digitale - e in certa misura anche dell'avvocato per i suoi doveri di aggiornamento professionale - di oggi è allora quello di usare Google e la SEO Search Engin Optimization, di utilizzare Facebook e gli altri social network, al fine di trovare lettori, usare le notizie come keyword, prima ancora di usare le keyword per le notizie, imparare non solo che cosa ma come cerca il lettore. Bisogna insomma costruirsi il proprio "frasario essenziale per NON passare inosservati in società" parafrasando Ennio Flaiano al contrario. Il mondo cambia.

Milano, 6. 2.2017 avv. Giovanni Bonomo - Candide C.C. - Assistenza Legale Premium


sabato 28 gennaio 2017

La difesa come diritto fondamentale alla stregua del diritto alla salute e all'istruzione. La necessità di un equo compenso per l'avvocato.


Non è accettabile che l'antica e nobile professione dell'avvocato sia avvilita dalla concorrenza al ribasso nell'offerta dei servizi professionali per la mancanza dei minimi tariffari, mentre i grandi soggetti economici e finanziari dominano il mercato.

Ho accennato al dogma neoliberistico del mercato autoregolatore di tutto a proposito del convegno organizzato presso l'aula magna del Palazzo di Giustizia torinese in data 23 gennaio 2017 (http://alchimista1.blogspot.it/2017/01/lavvocato-una-professione-da-reinventare.html[1], ma pochi giorni prima, in data 17 gennaio, l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, in persona del presidente Giovanni Pitruzzella, si era espresso sul punto: il riconoscimento della natura economica della professione va coniugato con la tutela dei diritti fondamentali e degli interessi pubblici di rango costituzionale [2].

Il titolo già significativo del convegno romano "L'ordinamento delle professioni intellettuali tra spinte liberalizzatrici ed esigenze di interesse generale: risultati raggiunti e obiettivi mancati", organizzato dall'Autorità antitrust presso la propria sede insieme al Consiglio Nazionale Forense, esprime già quella sfida, richiamata nel titolo del convegno torinese, che viene posta dal cambiamento culturale delle libere professioni, le quali sono viste, secondo la giurisprudenza europea, come attività economiche assimilabili all'impresa.

Ma questa assimilazione all'impresa non deve contrastare, come ha osservato Andrea Mascherin, presidente del C.N.F., con le caratteristiche di servizio di interesse pubblico per la  tutela dei diritti fondamentali di rango costituzionale svolto dall'avvocatura. Una precisazione pressoché ovvia se non fosse per l'avvilimento della professione negli ultimi tempi, con la corsa al ribasso dei compensi nelle attività professionali a causa dell'abrogazione dei minimi tariffari.

Si è infatti precisato, anche dopo nel congegno torinese, che un'attività professionale come quella dell'avvocato garantisce un diritto fondamentale, quello alla difesa, al pari dell'istruzione e della sanità, nell'ambito di ogni Stato di diritto e di ogni democrazia solidale. E questo lo si deve dire e ripetere non tanto nell'interesse di una categoria professionale quanto a tutela di servizi fondamentali.

Per questo il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervenuto al convegno romano, ha voluto assicurare circa il proprio impegno nel promuovere al più presto il disegno di legge sul tema dell'equo compenso, essendo ormai inaccettabile la  sperequazione che si è creata nel rapporto tra libere professioni e grandi imprese in posizione dominante sul mercato.

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domenica 22 gennaio 2017

L'avvocato: una professione da reinventare?


Si parla di come vincere la crisi, tema ormai ricorrente per ogni libera professione, ma quella dell'avvocato è emblematica del nuovo cambiamento epocale che stiamo iniziando, tra rischi di estinzione e strategie di promozione. 

Le storie di quotidiana difficoltà che mi raccontano i giovani colleghi sono la conseguenza di situazioni diverse ma accomunate da una causa che riguarda tutte le libere professioni: la crisi economica e la disoccupazione.

Se poi consideriamo i numeri di una categoria professionale inflazionata in Italia, con quasi 250mila iscritti all'albo, rispetto alle altre realtà europee (come la Francia, con  non più di 60mila avvocati) - sto citando il rapporto Censis 2016 - viene da chiedersi: è colpa solo della crisi economica che ha colpito il nostro Paese più di altri? Direi di no, anzitutto per la semplice ragione che, se l'offerta di assistenza legale dell'avvocato supera la domanda, è chiaro che non si guadagna e viene meno anche una normale e sana concorrenza tra professionisti.

Ma qual è la causa di tale sovrannumero di avvocati e della sovraofferta di servizi dell'avvocatura? Anzitutto la mancanza di numero chiuso e seri criteri selettivi alle Università. Se pensiamo che molti studenti che non sono riusciti a entrare in altre facoltà per le quali è previsto invece il numero chiuso, si sono poi rivolti alla facoltà - tra cui giurisprudenza appunto, prive di un analogo sbarramento - , comprendiamo l'origine del problema.

Senza contare che gravano sull'avvocatura una serie di leggi che penalizzano il decoro di una professione nobile e antica, rendendola tra le prime libere professioni ora a rischio di povertà: basti pensare all'assurda abolizione dei minimi tariffari - frutto del neoliberismo e di una visione iperconcorrenziale della società che considera gli studi legali come "imprese".  

La conseguenza è stata che oggi non si rispetta più nemmeno il principio civilistico secondo il quale "la misura del compenso deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione" (art. 2233 cod. civ.).

Non serve nemmeno riferirsi ai "parametri forensi", chi i giudici utilizzano per liquidare le spese di giudizio, per dare all'assistito almeno un'idea del valore delle prestazioni professionali, dal momento che portano cifre pressoché dimezzate rispetto a quelle delle tariffe minime prima vigenti. Per di più vi è stato recentemente l'aumento del contributo unificato e degli oneri da sostenere per le materie in cui si deve procedere ora con la previa mediazione obbligatoria.

Sono tutti problemi che anche il sottoscritto, il quale non è l'ultimo arrivato, risente, perché aggravati dalla crisi generalizzata e da assistiti che non pagano. Ma è chiaro che la crisi economica non è il problema principale. Non vogliamo qui dilungarci su alcuni difetti strutturali, poi, del processo e della procedura civile - e come avvocato prevalentemente civilista mi limito a questa - che contribuiscono ai ritardi della giustizia che il cittadino non informato addebita all'avvocato.

A fronte di tali deficienze strutturali, sia di strumenti che di previsioni normative coerenti con l'innovazione digitale, non può sopperire il processo telematico, una grande conquista ma che equivale a mettere un bel vestito nuovo su un corpo deforme. Bisogna senz'altro riformare la procedura ma intanto anche noi avvocati dobbiamo pensare a come rinnovarci in un contesto digitale e multimediale che sembra aver seppellito ogni residuo di professionalità ed eccellenza in favore solo di chi ha più potere economico.

Questa purtroppo è la situazione attuale, che sembra dare ragione a quanto diceva il presidente del già Organismo Unitario dell'Avvocatura (oggi sostituito dall'Organismo Congressuale Forense) Maurizio De Tilla sull'ipotesi di ammortizzatori sociali anche per gli avvocati. Ormai l'avvocato, più che promuoversi deve reinventarsi, intercettando nella Rete i propri clienti, studiando gli applicativi per l'Internet Marketing e posizionandosi nei motori di ricerca sulla base di un'attenta analisi del mercato e della concorrenza. Sopravvive chi risponde meglio al cambiamento, insomma, come ha detto l'avv. Cristiano Cominotto di ALP (AssistenzaLegalePremium.it) al convegno del 23 gennaio 2017 organizzato  dall'Ordine degli Avvocati di Torino in collaborazione con CamMino (Camera Nazionale Avvocati per la famiglia e minorenni) e AGAT (Associazione Giovani Avvocati Torino) su "strategie dello studio legale tra innovazione tecnologica e sfida alla concorrenza"

Del resto lo scrivente ha sempre sostenuto, nel proprio blog e nelle proprie videonote su mode e modi della comunicazione del terzo millennio, che l'innovazione digitale e la telematica sono appena agli inizi ma già comportano un cambiamento epocale per tutte le libere professioni.

 Milano, 25 gennaio 2017                           avv. Giovanni Bonomo