venerdì 31 ottobre 2014

Aiutiamo le imprese e impariamo intanto gratis le basi del diritto finanziario, fiscale e bancario!


Cari amici,

non mi è possibile rivolgermi a ciascuno di voi per un argomento che una telefonata meriterebbe e mi scuso per questa comunicazione via Web che impegni di lavoro mi costringono a fare: è per richiamare la vostra attenzione su un'attività che mi vede impegnato con passione in questo periodo di crisi  delle imprese italiane,  spiegata in sintesi in www.bonomonline.it/consulenze-fiscali. 

La priorità delle imprese italiane in questa fase recessiva dell'economia è capire i cambiamenti in atto e definire nuove strategie per uscire dalla crisi, ma ciò che non viene detto dai canali ufficiali e dell'informazione di regime ve lo dice il sottoscritto: la crisi economica, l'insolvenza selvaggia e i fallimenti facili hanno una sola causa: la scarsa organizzazione delle aziende e la sudditanza verso lo strapotere delle banche!  

Tramite il check up gratuito dell'azienda è possibile ottenere un auditing che evidenzia subito:

- i punti di forza;       - le problematiche;       - le soluzioni;       - la strategia di sviluppo. 

Ora vorrei sapere quanti di voi intendono seguirmi nei workshop che, oltre a informare gratuitamente su elementi di finanza e diritto bancario, che dovremmo tutti sapere, sono anche la porta di ingresso per collaborare con SDL Centro Studi (www.sdlcentrostudi.it) che nel frattempo è cresciuta, ottenendo riconoscimenti istituzionali e diventando anche un'università e un'associazione in difesa dei suoi associati in tutti i settori dell’economia, con particolare attenzione ai campi del credito, delle assicurazioni e di tutti quei settori dove l’utente e i consumatori risultano essere maggiormente vessati. 

Fin dalla sua fondazione SDL Centro Studi si ispira ai valori fondanti di CONOSCENZA, LIBERTÀ ed ETICA, che sono perfettamente in linea con gli scopi statutari del mio Centro Culturale Candìde. 

Gli sbocchi sono infiniti come infinite le possibilità di reddito, anche per chi non voglia dedicarvisi a tempo pieno, per cui mi aspetto che molti mi seguano nei primi incontri in-formativi.  

Comunicherò quindi a ciascuno di voi che risponde alla presente, le date fissate per i WSCT (workshop informativo + corso tecnico gratuiti di una giornata) che si svolgono periodicamente in ogni regione d'Italia.  

Leggete questo significativo  articolo sul recente raduno del 6 settembre 2014 ad Assago: 


Saluti cordiali, 

avv. Giovanni Bonomo > info@bonomonline.it





martedì 7 ottobre 2014

Neoliberismo e "capitalesimo"

                                                                                                                        Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo
J. W. Goethe
 Quando il precettore Pangloss, intento ad istruire il giovane Candide a vedere il mondo che lo circonda con ottimismo, gli dice che nonostante le continue controversie e disavvenure si vive pur sempre "nel migliore dei mondi possibili", Candide lo guarda con disincantata perplessità, perché ha compreso che l'unico ottimismo possibile è quello della ragione.

Il pensiero unico dell'attuale società neoliberistica afferma, proprio come Pangloss nel noto romanzo umoristico di Voltaire, che il mondo in cui viviamo è l'unico mondo possibile. Un mondo in cui, grazie alla libera concorrenza, si otterrebbero più efficienza e redditività. Fino al punto in cui il valore economico diviene l'unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il neoliberismo impone che il mercato debba regolarsi senza l'intervento pubblico, seguendo la legge della domanda e dell'offerta: ciò che non ha senso economicamente va eliminato.

L'attuale progressiva riduzione delle sovranità statali e nazionali a cui stiamo assistendo, con la conseguente perdita di controllo dei sistemi finanziari e produttivi, sono una conseguenza della idelogia neoliberista dello "Stato minimo", del laissez-faire. Una concezione che nulla ha a che vedere con lo Stato minimo teorizzato nell'Ottocento da Immanuel Kant e da John Stuart Mill, che intendevano uno Stato non più dispotico e tiranno bensì democratico, sociale, partecipato. Certamente non uno Stato indebolito e ridotto ai minimi termini dall'ideologia del profitto e dalla privatizzazione dei servizi essenziali.   

Non mi stanco mai di sostenere, perché l'ho detto e scritto più volte a proposito di Intelligenza Collettiva, che oggi può essere possibile, tramite Internet e uno sforzo di consapevolezza da parte di tutti, conquistare nuovi spazi di democrazia partecipativa, diretta e trasparente, che può sostituire i partiti tradizionali. Si potrebbe creare una rivoluzione nel modo di pensare la politica, una “rivolta sociale” volta alla presa... delle decisioni collettive per una società trasparente. Se i vari social networks fossero usati in modo costruttivo, anziché come giostre per pensieri deboli, l'informazione di regime, che ci nasconde la verità sulle decisioni politiche, non riuscirebbe più a condizionarci, smetteremmo di essere indifferenti alla cosa pubblica o rassegnati (e mi viene da dire anche inadempienti al dettato costituzionale dell'art. 4 comma 2: "ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società").

Del resto la possibilità di partecipare, sia in via diretta che mediata, alla formazione delle decisioni collettive, e di realizzare l'esercizio della sovranità popolare per creare uno Stato sociale, viene sancito nella nostra Costituzione, che oltre al modo di partecipare alla politica nazionale in modo indiretto, tramite le associazioni partitiche (art. 49) e le petizioni alla Camere (art. 50), prevede, all'art. 71 comma 2, la proposta da parte di almeno 50.000 elettori di progetti di legge di iniziativa popolare.

Il neoliberismo ha invece costretto le menti a concentrarsi sul profitto, sull'economia di mercato più che sulla politica, sulla libertà di iniziativa economica più che sui servizi pubblici, sull'individualismo scaltro più che sulla solidarietà sociale.

E' intuitivo, come ci disse in musica Giorgio Gaber, che la vera libertà è quella positiva, di partecipazione, "libertà di...", non quella negativa, "libertà da...", che ci viene inculcata dall'ideologia del profitto ad ogni costo. E' anche vero, come ci ricorda Norberto Bobbio nel noto saggio “Liberalismo e Democrazia”, che "tra le richieste dei liberali, di uno Stato che governi meno possibile e quelle dei “democratici” di uno Stato in cui il governo sia il più possibile nelle mani dei cittadini si rispecchia il contrasto fra due modi di intendere la libertà, che si è soliti chiamare libertà negativa e libertà positiva, e tra i quali si danno, secondo le concezioni storiche ma soprattutto secondo il posto che si occupa nella società, giudizi di valori opposti: solitamente coloro che stanno in alto preferiscono la prima, quelli che stanno in basso la seconda.".

Ma qui sta il discrimine tra neoliberismo, globalizzante e totalizzante, a vantaggio di pochi, e vero liberalismo, reale e socialmente sostenibile, a vantaggio di tutti. Candìde sostiene che un liberalismo reale e democratico è ancora possibile, purché si basi su un “nuovo umanesimo”, su un cambiamento radicale del modo di pensare anche la politica, incentrata sull'uomo anzichè sul profitto, sulla conoscenza anzichè sull'ideologia. 

Abbiamo ancora la possibilità di vincere la nostra assuefazione all'idea che l'attuale globalizzazione è inevitabile, se solo pensassimo e riflettessimo criticamente sul fatto che il mondo non è costituito solo da ciò che è, ma da quello che potrebbe esistere e che sarebbe realizzabile con la buona volontà di tutti. Lo scetticismo di Candìde alle idee "politicamente corrette" del suo precettore Pangloss, con il suo superficiale e acritico ottimismo, è il primo germe di una riflessione critica che tutti possiamo iniziare.

Mi impegnai ad affrontare la questione, che interessa l'intera economia mondiale, in una videointervista a Paolo Gila che trovate su Canale Europa TV, a proposito del libro del noto giornalista economico-finanziario RAI che già presentai presso il mio salotto: Paolo Gila, dopo l'opera I Signori del Rating, ci ha spiegato, con il suo libro successivo, Capitalesimo. Il ritorno del Feudalesimo nell'economia mondiale perché il capitalismo sta diventando un nuovo feudalesimo e chi domina veramente lo scenario economico e politico mondiale.

E' un libro che ci illumina sul fatto che ci troviamo inconsapevolmente costretti in un pensiero unico che ha minato fin dalle fondamenta il pensiero occidentale. Ciò che è accaduto in questi ultimi anni – a partire dalla fatidica diffusione dei mutui subprime – ha disvelato un'incongruità culturale fra il percorso etico, che dovrebbe segnare il cammino in ogni ambito, e quello del malaffare, speculativo e inumano.

Lasciatemi ancora riportare, con mie sottolineature, le significative parole che si leggono in quarta di copertina:
"Il capitalismo è come un aereo entrato in un vuoto d’aria. Le sue ali hanno perso portanza e non si trova un sistema per tenere in volo l’apparecchio. In quindici anni, con il il tracollo delle borse asiatiche del 1998, lo scoppio della bolla della new economy del 2001 e la crisi dei mutui sub-prime del 2008, sembra proprio che il sistema economico globale sia stato messo in ginocchio.
Ma quello che è successo è forse ancora più grave: il capitalismo non è finito, si sta trasformando in qualcosa di diverso, che ricorda da vicino l’avvento del Feudalesimo dopo il collasso del mondo antico. Il capitalismo sta diventando «Capitalesimo», un sistema capillare e inesorabile di controllo assoluto su un territorio frammentato, una sorta di Sacro Romano Impero della finanza, coi suoi feudatari sempre più potenti, i suoi marchesi, i suoi baroni, i vassalli, i valvassori e la sua plebe sterminata, sempre più povera.
 La reale ricchezza prodotta da tutte le nazioni e pari a circa 70000 miliardi di dollari, ma l’ingegneria finanziaria ha creato ad arte un valore virtuale di scambi che vale trenta volte tanto. Siamo immersi in un’immensa contraffazione, ormai strutturale, che è la vera causa del vuoto d’aria dell’aereo del capitalismo, ma che viene difesa e gestita con pugno di ferro dai nuovi Signori della Terra, coloro che hanno i mezzi e le conoscenze per sfruttarla a proprio vantaggio."

Ma la situazione di schiavitù finanziaria in cui tutti (tranne i pochissimi potenti feudatari della finanza) viviamo, è descritta con parole che non fanno meno male dal giurista Paolo Maddalena, nel suo recente libro “Il territorio bene comune degli Italiani”, di cui riporto questo significativo estratto (anche qui con sottolineature mie):
"Non siamo affatto in presenza di una ordinaria e ricorrente “crisi economica”, ma di una “crisi di sistema” provocata da un atteggiamento della finanza internazionale fortemente speculativo, che impedisce di fatto una reale ripresa dell'economia. D'altro canto, la forza dei mercati finanziari, strenuamente sostenuta dal Fondo monetario internazionale, nonché dalla Commissione europea e dalla BCE, è tale da impedire, si ripete “impedire”, che i paesi in difficoltà si risollevino economicamente, poiché a ogni minimo cenno di debolezza, questi paesi sono assaliti, non solo dalle agenzie di rating, che immediatamente li declassano, ma anche e soprattutto dalle reazioni degli stessi mercati, i quali, ritenendo meno appetibili i titoli del debito pubblico, pretendono un aumento dei tassi di interesse da pagare, giustificandolo con la minore affidabilità di questi stessi paesi, con il conseguente maggior rischio degli investitori. De deriva che un paese che ha bisogno di essere aiutato, si vede invece costretto a maggiori sforzi economici e, quindi, a sicura maggiore recessione, fino al totale default. Si può dunque affermare che i tassi del debito pubblico hanno perso qualsiasi elemento di stabilità, e che la loro sorte è decisa arbitrariamente da un ristretto gruppo di speculatori (una quindicina), che diramano ai loro “dipendenti” (che superano le 600.000 persone) le linee da seguire. Una trappola mortale che ha come fine ben esplicito, non quello di aiutare detti paesi a risollevarsi, diminuendo il debito pubblico, ma, al contrario, quello di costringerli a ulteriori misure di austerity, e quindi a ulteriore recessione e all'impossibilità assoluta di ridurre il debito, considerato che il debito può ridursi con lo sviluppo e non con la recessione. Dunque, l'obiettivo pratico e ignobile che la speculazione finanziaria si prefigge di raggiungere non è affatto la riduzione del debito pubblico, ma il suo aumento, con l'inevitabile conseguenza che i paesi in difficoltà dovranno, come del resto sta già avvenendo, svendere al miglior offerente (sia esso arabo,cinese, russo, o della mafia di qualsiasi località) il proprio territorio. Si creeranno così Stati senza territori, e cioè Stati che non saranno più Stati, ma semplicemente popoli e individui senza patria ridotti allo stato di schiavitù, le cui sorti saranno sempre più nelle mani dei cosiddetti “speculatori-creditori”. Ed è doveroso rimettere in evidenza che la “trappola”, costruita dagli speculatori finanziari, trova il suo ferreo strumento di trasmissione nelle prescrizioni europee e del Fondo monetario internazionale, evidentemente ispirate anch'esse da speculatori finanziari senza scrupoli, che ci stanno portando a morte sicura. Nessuno può negare infatti, che in questa situazione, invocare l'austerity, aumentare il peso delle imposte e delle tassazioni in genere, producendo ulteriore, sicura, recessione significa rendere matematicamente impossibile la riduzione del debito pubblico, e ci costringe a pagare,i nostri (presunti) debiti svendendo il nostro territorio, perdendo l'indipendenza nazionale, e diventando schiavi del potere finanziario."

L'autore prosegue spiegando come le misure di austerity finora adottate hanno portato solo a elevatissime e insostenibili tassazioni, a cui ha già fatto seguito una recessione economica spaventosa, che ha prodotto una rilevantissima e crescente disoccupazione, mentre il debito pubblico, anziché diminuire, è salito in modo impressionante, portando i paesi debitori a debiti sempre maggiori, con la conclusione della svendita del loro territorio e della totale miseria.

E' ancora possibile, in questa drammatica situazione, riprendere il discorso su un liberalismo autentico che nasca dalla democrazia? Candìde ha sempre sostenuto che ogni potere separato priverebbe della sovranità i cittadini, li renderebbe mezzi nelle mani dei pochi privilegiati e a disposizione per il loro fini. Ogni potere separato è potere sottratto. La democrazia, base di un vero liberalismo, si presenta perciò anche come moralità, come realizzazione istituzionale dell’imperativo kantiano che impone a tutti: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

L’ideologia neoliberista ha anestetizzato una generazione, ma ora i cervelli svegli hanno ripreso a porsi delle domande. E al solito privilegiato politico che ci dice che la democrazia presa alla lettera è impossibile perché impraticabile, rispondiamo con un’altra domanda: è possibile non prenderla alla lettera? La democrazia è nata più volte, diversa ogni volta perché ogni volta ha alimentato nuove speranze. Winston Churcill, mastino conservatore, la voleva minimalista: la peggior forma di governo a eccezione di tutte le altre. Così come il nostro ex presidente Pertini: “meglio la peggiore delle democrazie alla migliore delle dittature”. Ma Albert Camus, nel 1944, in un articolo sulla rivista clandestina “Combat”, la definiva “uno stato della società dove ciascun individuo possieda in partenza ogni chance, e dove la maggioranza del Paese non sia tenuta in una condizione indegna da una minoranza di privilegiati”. Eguali chance di partenza, va sottolineato.

L'autentico liberalismo procede insieme alla democrazia. E perfettamente liberista è l’art. 3 della nostra Costituzione, che al secondo capoverso – giova ricordarlo – recita: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Che proprio tale articolo suoni affetto da socialismo al delicato udito di qualche "liberale", ci dice solo come il privilegio e il potere di casta siano pronti a spingersi fino all’odio per la logica.

  avv. Giovanni Bonomo
 Centro Culturale Candide





lunedì 22 settembre 2014

La Malafede. Perché è indecente essere cristiani, di Renato Testa

Il libro di Renato Testa dal titolo La Malafede. Perché è indecente essere cristiani ci spiega, in modo schietto, le ragioni non solo dell’ateismo ma anche di tutti coloro che hanno un'idea rispettosa del concetto di "divinità".

 Non si tratta di mostrare solo quanto sia inattendibile ogni contenuto presente nella Bibbia e nei Vangeli, che ormai nessuno più considera testi "sacri" (la divinità spiritualmente intesa non è presente nell'Antico Testamento), ma di spiegare come il Cristianesimo, con le sue regole, le sue parole, la sua morale, è opera dell’uomo, di chi vuole ingannare e gestire il potere.

 Un libro coraggioso, soprattutto in Italia, di facile lettura, alla portata di tutti perché si basa sul buon senso e non su speculazioni o digressioni filosofiche. L'autore spiega quanto sia assurdo e illogico - ma anche offensivo dello stesso concetto di divinità - credere nell’esistenza di Dio nel mondo in cui viviamo. Se il bene spesso è sconfitto dal male, se Dio è buono come si dice, ed è onnipotente, i conti non tornano. Dio non dovrebbe nemmeno permettere la possibilità del male. Ma secondo la morale cristiana l’uomo nasce con il peccato ed è limitato nella sua libertà; già questo dovrebbe farci riflettere sull'inganno dell'esistenza di Dio.

Rimando alla bella recensione di Iacopo Bernardini:
Giovanni Bonomo - Candide C.C.