martedì 1 ottobre 2013

Domanda agli intellettuali "impegnati"


      Vorrei anch'io allora richiamare l’attenzione, prendendo spunto dal limpido articolo di Angelo Gaccione, DEI E IMMORTALITA', sull'impegno civile dei non pochi intellettuali che scrivono sulla rivista ODISSEA, e porre a loro una domanda.
  
Tale impegno in che cosa si concreta? A me capita di leggere, spesso, articoli lunghi e autocelebrativi, quando invece il nocciolo del problema, da prendere di petto, è il degrado cultuale di questo Paese, ricco di storia e di arte, ma ormai asservito agli interessi di potere e delle gerarchie che ci governano. Basterebbero poche ma giuste, corrette e responsabili parole. 

Lo scopo della rivista, del resto, è scritto nella didascalia che si pone come sottotitolo: "Nessuna grande cultura può trovarsi in un rapporto obliquo con la verità", come ben disse Robert Musil. E non è forse il credo religioso ad essere da sempre il terreno fertile per il pensiero suddito e non critico? Perfino Corrado Augias, benchè anch'egli non esemplare come intellettuale impegnato, lo ha capito, e ha scritto un pregevole libro intitolato "Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone", Rizzoli ed. 2012.

Lorenza Franco ha spesso parafrasato, nelle sue poesie, e pure in qualche suo raro scritto in prosa, la nota frase di Krishnamurti, “Dove c’è fede c’è violenza”. E sappiamo dalla storia quanti genocidi fisici e culturali in nome di “Dio” sono stati perpetrati e continuano ahimè ancora oggi a perpetrarsi, come scrive Gaccione.

Non c’è dubbio che la fede sia un firewall all’intelligenza, perché non dà risposte, ma ferma solamente dal porsi domande. E dove c’è ignoranza - dove c’è fede - c’è violenza. Questa è l'ovvia conclusione a cui dovrebbe addivenire un intellettuale serio, e che non mi stancherò mai di sostenere, perché anche le cose ovvie diventano difficili in un Paese culturalmente degradato.

So che tali intellettuali "moderati" poi mi criticano, mai apertamente, ma in modo subdolo, perché inducono la redazione a non pubblicare i miei scritti: bisogna cercare il dialogo con i "credenti", dicono. E chi sono poi tali "credenti"? Si tratta, in verità, di cittadini che non sanno nemmeno i fondamentali del credo cattolico, per non aver mail letto veramente la Bibbia, né tanto meno la storia del cristianesimo. Non li definirei nemmeno con il termine, caro a Karl Deschner, di "laici devoti", perché nemmeno di laicità delle istituzioni, presupposto di uno Stato democratico, sanno un'emerita mazza: si tratta semplicemente di inconsapevoli cittadini sudditi del pensiero dominante e del potere. Tanto avidi spettatori della TV quanto scarsi, se non nulli, lettori.

Qual è allora il compito dell'intellettuale, che ha invece un bagaglio concettuale e una cultura sufficienti per conoscere la storia, a non essere "credente" ma "pensante"?  Vorrei rispondere con le parole di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, il premio nobel per la letteratura Josè Saramago: “Mi sono sempre considerato un ateo tranquillo, perché l’ateismo come militanza pubblica mi sembrava qualcosa di inutile, ma ora sto cambiando idea. Alle insolenze reazionarie della Chiesa cattolica bisogna rispondere con l’insolenza dell’intelligenza viva, del buon senso, della parola responsabile. Non possiamo permettere che la verità venga offesa ogni giorno dai presunti rappresentati di Dio in Terra; ai quali, in realtà, interessa solo il potere".

Ora, premesso questo, e premesso che la Chiesa cattolica è responsabile della depressione culturale dell’Italia e dell’intera Europa e che lo Stato del Vaticano è l’istituzione che vive alle spalle delle nazioni, protegge i preti pedofili, istiga all’intolleranza, al razzismo, alla violenza, al fascismo, alla disuguaglianza, all’omofobia, e influenza la politica, e premesso che in questo non c’è niente di spirituale ma solo di palesemente criminale, vorrei ancora porre una domanda a tutti gli scrittori e intellettuali cattolici che mostrano di condividere, o fingono di condividere, le istanze culturali, morali e laiche di noi liberi pensatori, al punto da scrivere su una rivista libertaria come ODISSEA: voi intellettuali che vi definite "credenti", come vi sentite con la vostra coscienza?. Grazie per la risposta.    
                                                                                                                     Giovanni Bonomo